Un nuovo film di Mario Soldati

A Torino Nevica

Noi torinesi abbiamo sempre avuto l’impressione che Torino sia una piccolissima città. La conosciamo così bene che essa ci sembra un paradiso tascabile. I parigini dicono: « Paris une grand ville »; i milanesi: « Milan l’è on gran Milan ». Noi invece la nostra città ce la coccoliamo, ci piace immaginarla lillipuziana, forse perché così è più intima. « Tirin », diciamo, con parlata stretta, ed è un vezzeggiativo, non un nome.
Questo premesso, quando entrai nel teatro di posa dove Mario Soldati sta realizzando il film Travet, fui invaso da una casalinga commozione. Davanti a me c’era una tipica strada torinese, ridotta alla scala di un ventesimo; e questa statura giusta di piccolezza stimolava straordinariamente le mie corde affettive.
Il De Laurentiis, produttore del film, salutò con aria ingrugnata. Si girava attorno nervosamente, e grossi dubbi dovevano addensarsi sul suo capo. « Accidenti — mi disse con aria di rimprovero — quanto nevica a Torino ».
Tentai di dimostrare che le precipitazioni meteorologiche piemontesi non dipendono da me. L’amico non mi ascoltava.
« Neve chimica non ne abbiamo — disse — e nevica per tutto il film. È uno strazio, non so più come fare, non si trova niente e Mario vuole la neve ». Diciamo che in questo periodo accettare di fare il direttore di produzione in un film significa avere spiccata vocazione per il martirio. Se ti occorre un chiodo, questo chiodo è introvabile, oppure costa centosettanta mila lire. Figuratevi poi la neve, che a Roma è sempre stata artificiale e d’importazione. Il povero De Laurentiis impazziva, e ciò è comprensibile. Tuttavia io continuai la mia visita. Ed ecco, vidi Travet. Travet è l’impiegato statale di tutti i tempi, il povero cristo cha ha sempre avuto fame per il “decoro”, e ha sempre dovuto moderare quella fame. Travet è disprezzato dai borghesi e dai popolani, perché entrambi sanno che se la passa peggio di tutti; Travet è onesto e ingenuo, il che aggrava la sua situazione.

Io lo vidi avanzare verso di me, e contrariamente ad ogni aspettativa, era grasso. Due baffi biondastri e calanti gli appesantivano il labbro superiore, e in tutta la sua persona c’era un’aria mansueta e inerme, che me lo fece conoscere immediatamente.
Sentii freddo al lato ovest della mia persona, e da questo capii che c’era una porta aperta, oppure m’era passato accanto Mario Soldati, il quale si sposta sempre così rapidamente da creare notevoli correnti d’aria. La seconda ipotesi si rivelò la giusta, e così cominciammo l’inseguimento del regista. Egli aveva importanti disposizioni da dare circa l’apertura d’una finestra; poi corse a verificare se l’inquadratura era di suo gusto; quindi spiegò minutamente ad Alberto Sordi quel che voleva da lui; infine apportò alcune modifiche al costume di Paoletta Veneroni. E intanto chiacchierava cordialmente con me, dicendosi assai contento di vedermi; ma la verità è che non mi vedeva affatto. Tuttavia a un certo punto si fermò per una frazione di secondo. « Hai visto i baffi di Cervi? » domandò con aria trionfante. « No », dissi. « Cervi! » prese a chiamare a a gran voce. E Cervi arrivò. Era maestoso e impressionante come soltanto un capodivisione può essere. Tutto in lui indicava autorità, serietà, sani principi. E i suoi baffi, Dio mio, valevano uno scettro, troneggiavano sul volto tondo come due decorazioni al valore. Li vidi vicini, lui e Travet, e capii che per quest’ultimo non v’era speranza. Con due tipi così, la scena in cui il povero Travet, minacciato nel suo onore maritale, finalmente trova il coraggio di ribellarsi, dev’essere una cosa notevole.

Gli ambienti erano così piccoli, camere d’una povera casa d’impiegati, cinquant’anni fa. Campanini doveva girare una scena con sua moglie, e finalmente fui ammesso a vedere la signora, che è Vera Carmi. Straordinariamente graziosa nel costume vecchiotto, e tale da giustificare le malignità dei colleghi di Travet, e l’intraprendenza del commendatore. In fondo, se s’incontra una simile donna sposata a così miserando uomo, le corna diventano pensiero dominante.
Girarono la scena. La mancanza di pellicola ha reso Soldati giudizioso ed economo, egli prova, prova molto, ma poi gira due volte e basta. Fu uno dei più costosi registi italiani, e sta dimostrando, in questo film d’emergenza, doti di risparmiatore, e non è piccola lode per lui. Del resto, ciò che colpisce maggiormente il visitatore, è la buona volontà di tutta la troupe. Si rendono conto che fare un film, adesso, è opera preziosa perché mantiene vivo, sebbene sommessamente, il nostro cinema; ma è anche impresa irta di difficoltà, che richiede sacrifici a tutti. Li accettano allegramente, con quell’ingegnosa forza degli italiani, che con un pezzo di fil di ferro e una pinza, sanno sempre fabbricare un motore a scoppio.
Quegli ambienti erano troppo piccoli perché, oltre agli attori e ai tecnici, ospitassero anche uno scocciatore, cioè me. Il silenzioso mago Terzano, mi salutò agitando un braccio, dietro la macchina. Luigi Pavese mi chiese un fiammifero, Laura Gore si associò a lui per sfruttarlo. « Vieni un’altra volta », disse affettuosamente Soldati, e nella frase era implicito che per il momento potevo anche evacuare. Così me ne andai, e sulla porta sentii ancora la voce affranta di De Laurentiis: « Mario, ma deve proprio nevicare dappertutto? ».

Adriano Baracco
(Star, Roma, 12 Maggio 1945 testo archivio in penombra)

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