Mostra d’arte sui muri

Un leggero bisbiglio ruppe la nebbiosa noia che dallo schermo il film andava soffiando a grandi buffate sulla sala: « Tutta colpa dei cartelloni », udii. Qualcuno rispose con un mugolio di assenso e la placida coltre di silenzio riprese quello stagnante aspetto che il sassolino dell’osservazione aveva per un attimo increspato. Io ripresi a galleggiare nell’opaca quiete, inseguendo miei propri pensieri, frammista ai quali vidi ritornarmi inattesa l’osservazione che avevo intesa pochi istanti prima.
Sì, tutta colpa dei cartelloni, di quei manifesti a colori brillanti le cui belle figure spiccavano sui muri fra un perentorio « Votate per noi » e un dittatoriale « Bevete il nostro vermut » e davanti alle quali — sdegnando le imposizioni, come ogni buon italiano — ti eri fermato volentieri perché non ti davano nessun ordine: ti invitavano, anzi, cordialmente, a restare lì un poco a guardare quel ballerino che danzava sui grattacieli o quella faccia pacioccona di Ollio ammiccante furbescamente al visetto da vecchio ragazzo di Stanlio ficcato come un misirizzi dentro un uovo pasquale a sorpresa. A questo ripensavo; e alle frasi fatte che volevano la pubblicità un « veicolo possente » oppure un « propulsore irresistibile »: belle definizioni, ma troppo insolinate per convincere: potevano sbalordire, ecco, ma non convincere.
Quello che andava convincendomi, invece, era il ragionare su quei cartelloni che mi avevano condotto lì, come se ci fossi venuto camminando a tempo di valzer assieme a quei ballerini in vesti fine ottocento o guidato dalla mano della donna che si copriva il volto con un guanto verde; e mi dicevo che una evoluzione cosciente delle sue forme esteriori aveva portato ad una trasformazione sostanziale la pubblicità, segno di un lavoro non più abborracciato, meschino, pedestre e quindi sgradevole al pubblico e per ciò stesso sterile ma nobilitato da una nuova estetica. Una pubblicità, insomma, selezionata nel contenuto e nella forma, elevata sino alle sfere più alte dell’arte, e fattasi quindi interprete, per sintesi come vuole la sua funzione, di un sentimento più vivo, più aderente, più nostro.
E che questo nuovo presentarsi della pubblicità cinematografica fosse efficace, la prova l’avevo nell’essermi trovato io stesso lì dentro, spettatore qualsiasi, fra altre centinaia di persone che attendevano qualche cosa dal film, che giustificasse il loro esserci venute: ma la giustificazione restava soltanto quel cartellone che ci aveva condotto sin lì, piuttosto che altrove, lì a rammaricarci che ci fosse magari più arte in quel manifesto cordiale e brillante che ci aveva fermato per la strada che non nella pellicola che scorreva senza rumore lassù.

Così ragionavo, a dirmi che l’arte, in fondo, è un sentimento non controllabile e tu la puoi trasfondere in qualunque espressione della vita, anche la più normale o l’apparentemente più banale sol che essa ti sostenga: e se il pittore fa la sua mostra personale sui muri fra un perentorio « Votate per noi » e un dittatoriale « Bevete il nostro vermut », non sarà per questo altrettanto artista di colui che si racchiude in falsa modestia fra le pareti di tela juta di un salone? e se non le lampade a migliaia di candele illuminano la sua composizione ma la stinge giorno per giorno il sole che avvampa sulle strade della città, non sarà, per questo anch’essa, arte? Sarà, anche se si possa storcere il naso sul fatto che sentimento e colori si siano fusi nel nome sempre poco convincente della pubblicità.

Intanto il film aveva sgranato la sua vicenda. Uscii in silenzio: nessuno commentava. Mi ritrovai sulla strada: nella parete di fronte campeggiava il cartellone che mi aveva convinto. Volli andare a rivederlo: era bello, forse più del film che mi aveva indotto ad andare a vedere. Cercai il nome dell’autore: era lassù in tutte lettere immodestamente maiuscole : « E. Brini ». Ed aveva scelto i muri della città per farvi la sua mostra d’arte.

RUWER
(Star, Roma, 18 Maggio 1946 – testo archivio in penombra)

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