Ottanta, ma non li dimostra

Noi non eravamo presenti alle trattative, ma persone degne di fiducia e direttamente interessate nella faccenda, ci hanno assicurato che Anna Magnani, per interpretare il suo prossimo film, esige un compenso di ottanta milioni. Speriamo che la cosa non sia vera; purtroppo però, parecchi episodi precedenti la rendono verosimile, quindi val la pena di parlare di questo caso, sebbene la sua sede adatta sia una rivista di psichiatria.
In Italia si può ancora fare un film con capitali relativamente bassi, ed è l’unica nostra forza dato che il mercato interno rende poco; ma è una forza non trascurabile, perché la produzione, in ogni Paese straniero, risulta assai più cara. Sotto il sole di Roma costò trentacinque milioni, ed è opera perfettamente indovinata anche dal lato commerciale; In nome della legge richiese una spesa inferiore  ai cinquanta milioni, e oltre ad essere un magnifico film, sta anche ottenendo notevole successo di pubblico. Ed ecco un’attrice nel cui passato artistico non c’è nulla di folgorante, un’attrice che, pur essendo brava, deve tutta la sua fortuna a una magnifica sequenza inserita in un film che ha fatto trionfalmente il giro del mondo, chiedere ottanta milioni per un’interpretazione. Dolce e strambo Paese quello dove possono accadere cose simili, dolce e strambo Paese, con tendenza al suicidio.

La richiesta non impressiona; è pieno il mondo di gente che valuta se stessa in modo incongruo: artigiani che hanno lavorato dieci anni attorno a un rocchetto, riuscendo in qualche modo a farlo girare, vaneggiano di chiedere un miliardo a Ford, per cedergli la loro straordinaria invenzione, a cui generalmente dànno il nome di moto perpetuo. Analfabeti paesani, mandano alla nostra redazione soggetti cinematografici scritti su due pagine di carta rigata da quaderno, e avvertono che per la cessione di tale opera gradirebbero centomila dollari. Un caso di megalomania fra tanti non ci preoccupa, ci preoccupa invece che la gente non rida di simile pretesa, che i produttori accettino di discuterla, sia pur brontolando.

Il successo non giova a certi italiani; forse in questo Paese qualcuno ricorda ancora un uomo politico italiano che ebbe vivo successo dal 1922 al 1939; folle oceaniche gli gridarono che era bello, santo, infallibile, e incoraggiato da simili affermazioni, quel tale rovinò completamente la sua patria e anche se stesso; (mi pare infatti che non sia finito troppo bene). C’è differenza fra un uomo politico e un’attrice, ma la malattia è la stessa per entrambi; l’uno credeva di non sbagliare mai, l’altra crede di poter esigere il proprio peso in diamanti, come un’Aga Khan trasteverina; sono incidenti cui s’espone chi è dotato d’una costituzione fisica che non gli consente d’ascoltare serenamente gli applausi. E in tali casi v’è un solo rimedio: che gli applausi cessino, riportando le cose alle loro giuste proporzioni.

Non commetteremo l’errore d’invocare la giustizia sociale, non useremo parole forti né ci abbandoneremo all’indignazione, tutte cose inutili per un avvenimento che rientra nel quadro delle stravaganze a cui il cinema d’ogni Paese è ormai abituato. Vorremmo soltanto dimostrare che, per quanto brava, l’attrice in questione non ha alcun fondato motivo per aspirare a compensi tanto elevati. Era un’ottima compagna per Totò, nelle riviste di Galdieri, e pochi seppero così efficacemente come lei inserire la mano sinistra  nella piegatura del braccio destro, in un gesto di raffinata efficacia. Arrivò al cinema tardi, ebbe parti di fianco fino a Roma, città aperta in cui diede davvero una stupenda interpretazione; ma si trattava di un film benedetto, dove tutto andava bene. E poi? L’abbiamo vista in film che non erano eccessivamente belli, e non ottennero neanche straordinario successo di pubblico: film costruiti su misura intorno a lei, film che le permisero di strafare dalla prima all’ultima inquadratura, senza apprezzabili risultati. L’onorevole Angelina non ha nulla di travolgente, Molti sogni per le strade è mediocre; e L’amore, quello strano “a solo” per soprano senza orchestra, piacque molto a Cocteau: ma Cocteau ama anche L’aquila a due teste, e apprezza altre cose che l’enorme maggioranza degli uomini ritiene meglio evitare. Dunque, dov’è la giustificazione per quegli ottanta milioni? Altri film italiani fecero parte di sé durante questi anni: alcuni ebbero successo di critica, altri successo di pubblico, altri ancora successo all’estero, e in ognuno di essi mancava Anna Magnani. Il che sta a dimostrare come la nostra cinematografia possa cavarsela anche senza quest’attrice troppo esigente. Ed è quanto dovrebbe fare, almeno fino a quando Anna Magnani non si renderà conto che certe richieste sono, per non dir altro, ridicole.

La nostra industria sta attraversando un preoccupante periodo di crisi; partecipare ai comizi in difesa del cinema, dire pateticamente alla folla: « Aiutateci, aiutateci! » è un bel gesto, ma diventa meno bello se, dopo averlo compiuto, si chiedono ottanta milioni per trenta giorni di lavoro. In questo caso vien fatto d’immaginare una persona che inviti i passanti a far l’elemosina a un poveretto; poi, quando il cappello del mendicante è pieno, vi peschi una manciata di denaro e se ne vada.

Non scriviamo per Anna Magnani, ben sapendo che quando un’attrice arriva a una così iperbolica valutazione dei propri meriti, le esortazioni al buon senso la lasciano indifferente; scriviamo invece per il produttore che sta scritturandola, e vorremmo convincerlo a impiegare meglio il suo denaro. Ottanta milioni spesi così sono spesi male. Anche se, per avventura e per gioco d’esportazioni, il film dovesse risolversi in un affare, non è utile per alcuno incoraggiare pretese eccessive. Oggi si tratta di un caso isolato, ma noi speriamo di poter avere, fra qualche anno, molti artisti popolari in Italia e all’estero; come potrà vivere la nostra industria se ognuno, dopo aver avuto successo, considererà i milioni altrui come noccioline americane? Bisogna pensarci in tempo, perché il buon senso non è quasi mai contagioso, ma lo sono invece i cattivi esempi. I nostri produttori debbono poter produrre oggi e fra dieci anni, a prezzi possibilmente bassi; pensino quindi non soltanto a un singolo film, ma a un lungo avvenire che potrebbe venir compromesso da questo pericoloso precedente.

B.
(Cinema – Nuova Serie, Milano, 31 Maggio 1949 – testo archivio in penombra)

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