Prima visione romana di Campo de’ Fiori

Se è necessario che il critico, nell’esercitare le sue funzioni, tenga conto delle reazioni del pubblico, si dovrà allora affermare che questo Campo de’ Fiori dell’ex-bel tenebroso Mario Bonnard è un’opera fuori dal comune, tanto sono stati calorosi ed evidenti i segni di assenso e di compiacimento con cui gli spettatori hanno sottolineato i vari passaggi del film e salutato la fine. Ma il gusto di quella massa che va al cinematografo solo preoccupata di trascorrere un paio d’ore senza pensieri, lontana dagli affanni quotidiani, non può assolutamente rappresentare un sicuro elemento di giudizio che oltre il suddetto « desiderio di non pensare » sono troppi i fattori (simpatia per un attore od una attrice, voga di un certo genere, ecc.) che influiscono sulla sua soddisfazione. E poi il Cinema non ha solo i compiti dello scacciapensieri, non ha solo i compiti di solleticare la epidermide dello spettatore, ma anche e sopra tutto quello di educarlo e di elevarlo, di dargli la nozione più o meno esatta di quello che è arte.

Ecco perché, pur riconoscendo il successo — successo di pubblico e conseguentemente di cassetta — di Campo de’ Fiori, non posso seguire la corrente di eccessivo entusiasmo che ha fatto risuonare le ampie volte del Corso e del Quattro Fontane, e ha levato gli applausi fino alle stelle ammiccanti della buia calotta del Giardino.

Ci troviamo infatti di fronte ad un film “formula”: ad un film che, non riuscendo a liberarsi da quegli schemi propri al Fabrizi attore di varietà, ripetendo — anche se l’ambiente è mutato gli elementi che costituiscono la storia sono gli stessi di Avanti c’è posto — quei modi facili della macchietta da palcoscenico di avanspettacolo. Tutto è in superficie: nessun sentimento, nessun personaggio è approfondito; ogni episodio ha il compito di permettere a quello che è stato appellato “successore di Petrolini” di esibirsi nei vari numeri del suo repertorio.

E quanto questo sia vero è dimostrato, tanto per citare un esempio, da tutto l’episodio del ragazzino. Esaminare con una certa attenzione i vari momenti in cui Fabrizi, il pescivendolo (l’altra volta era un tranviere, dal cuore d’oro) si trova alle prese con il microscopico esemplare dell’Ercolino marc’aureliano: sono questi, tante scenette che muovono al sorriso, o commuovono, o fanno addirittura ridere, ma ditemi quale importanza abbia agli effetti del procedere dal racconto tutto l’episodio.

E così tutto il resto, che il film più che una storia serrata, unitaria non è che un campionario di scenette — una volta si chiamavano schetchs — da palcoscenico  di varietà, nessuna delle quali — mi sia permessa la brutta ma necessaria parola — è “funzionale”.

La parte migliore del film, sempre considerandola però come elemento a se stante, non necessario né indispensabile, è la descrizione dell’ambiente del colorato e rumoroso mercato romano, descrizione viva, vivace, punto oleografica, che ha del documentario. Ma non basta questo per trovare, esaminando da un punto di vista esclusivamente artistico il film, l’equivalente dell’entusiasmo di popolo che ha salutato questa seconda fatica cinematografica del mimo Fabrizi.

Il quale Fabrizi mantiene intatte quelle sue qualità di attore della piccola scena, del macchiettista spassoso ma di corto respiro, che tante simpatie gli hanno procurato anche al di fuori dello schermo. Lo stesso valga per Peppino De Filippo, che si riattacca alla tradizione migliore dell’atto unico.

Chi invece è riuscita a dare una consistenza umana, che va oltre la simpatia personale, al suo personaggio è Anna Magnani, estrosa attrice di enormi possibilità, che andrebbe valorizzata e sfruttata anche nell’ambito del mondo pellicolare, in ruoli di maggior respiro. Ella possiede una recitazione scattante, modernissima, che lascia indovinare un intimo, interno lavorio che, nonostante l’inevitabile confronto con una grandissima attrice straniera, le permise di darci una personalissima Anna Christie.

Ho voluto farvi questa lunga chiacchierata non già per « smontarvi » il film di Bonnard, ma perché, nonostante il divertimento che esso procura, mi sono sembrate eccessive ed ingiustificate le manifestazioni di rumoroso entusiasmo a cui si è abbandonato il pubblico romano, guidato, in questa estrinsecazione del suo buon umore, più dalla simpatia per gli interpreti, che dal reale valore di questo Campo de’ Fiori.

Concluderò segnalandovi i nitidi, chiari interni disegnati dall’architetto Sarazani.

G. C.
(Cine Teatro magazzino – testo archivio inpenombra)

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