Interviste: Eduardo De Filippo

filumena-marturano-milano-1947

Mentre la barca del teatro fa acqua da tutte le parti e le compagnie di prosa hanno chiuso in passivo, il bilancio dell’annata, unico Eduardo, continua da mesi a replicare Filumena Marturano facendo un “esaurito” ogni sera. È, si può dire, l’unica compagnia che ancora si possa permettere di vivere, la sua; cioè, il vero teatro trova sempre fortuna nel pubblico. Da Natale in casa Cupiello a Questi fantasmi per giungere a Filumena Marturano la vivace, teatralissima vena di Eduardo si è trovata a contatto con un materiale umano rinnovato. Non sarà certo il toccasana: ma sempre una indicazione preziosa: chiarificatrice.

Eduardo è un attore « moralista ». In palcoscenico, come i comici della Commedia dell’Arte e tutti gli attori-autori, si ferma, volta la testa verso il pubblico e prende a recitare guardando la platea. Spiega l’antefatto e mette l’accento sulla trama della commedia che si annuncia fin dalle prime battute, come il prologo di un Carro di Tespi. E anche quando recita in dialetto a Milano, a Firenze, a Torino, abbandona le espressioni dialettali perché il pubblico lo comprenda. In questo senso Titina è più attrice di lui: non rinuncia mai al colore di un’espressione napoletana anche se poco dopo deve ripetersi traducendo.

Eduardo è nato attore  e non ci sono limiti tra lui e il pubblico, non si affonda nella parte, timoroso come tutti gli attori « educati » di questo mondo, aspettando la fine dell’atto senza il coraggio di cogliere tra una battuta e l’altra le reazioni della platea e i commenti delle prime file. Eduardo parla con il pubblico. E in questo c’è per metà il suo temperamento di attore nato e il suo carattere di commediografo « popolare » che nasconde sempre in fondo a una trama costruita su passioni elementari e situazioni « base », una morale di cui lui stesso enuncia punto per punto i presupposti durante lo svolgersi della commedia.

E anche il suo ultimo lavoro, che ha già letto al Piccolo Teatro, Le bugie con le gambe lunghe, ha un contenuto moraleggiante ed è piuttosto una farsa che una commedia di cui lui stesso dice che « non ha una vera trama ». L’aveva messa in prova subito dopo l’andata in scena di Filumena Marturano non credendo che quest’ultima avrebbe resistito così a lungo. E l’aveva provata una quindicina di giorni soltanto riservandosi di rappresentarla nel prossimo anno. Lui stesso, parlando, ne rivela il carattere moralistico « Vi si tratta — ha detto — di quelle bugie che tutti noi dobbiamo aiutare a camminare per non far cadere l’impalcatura della società. Le bugie con le gambe corte sono quelle dei bambini, quelle puerili… ».

Anche parlando Eduardo si rivela per quello che è. La frase gli esce di bocca già scritta, già pensata. Il suo programma, le sue idee, i suoi progetti per l’avvenire, tutto è definito lucidamente. A Roma chiedono ancora Filumena e fra breve partirà da Milano e scenderà all’Eliseo per trascorrervi il mese di giugno; dopo due mesi di riposo partenza per l’America del Nord dove assisterà alla prima di Napoli milionaria che già, in quel periodo, avrà fatto una tournée in provincia. « La mia parte sarà forse sostenuta da un attore russo, Buloff, ma nulla è ancora certo sulla distribuzione degli interpreti ». Il pensiero dell’accoglienza che il pubblico di Milano ha riserbato a Filumena lo commuove, ma subito dopo cerca di spiegare il perché di questa reazione, le ragioni morali che hanno determinato il successo. « La reazione del pubblico a Filumena è dovuta al fatto che da questa commedia salta fuori il problema meridionale. Il sud ha bisogno di aiuti e comprensioni, bisogni che hanno anche i milanesi e i romani. Per questo hanno applaudito Filumena ».

Dopo che gli ho chiesto le notizie più attuali, mentre già si sta preparando per la recita e il cameriere di turno grida il « quarto » attraverso le porte aperte dei camerini, chiedo a Eduardo che cosa pensa della traduzione di Filumena. « Tradurre Filumena significherebbe sperderla — mi risponde — Filumena è concepita in dialetto. Bisognerebbe riconcepirla. Il dialetto ha certe leggi che non si possono violare ».

Ma è troppo tardi per chiedergli altre cose. Deve finire di cambiarsi, deve, per la cinquantesima volta, o giù di lì a Milano, indossare la camicia di seta di Don Domenico e scendere in palcoscenico per uno dei migliori inizi di commedia che conti il teatro contemporaneo.

Sergio Romano
(Film rivista, 30 Giugno 1947 – immagine e testo archivio in penombra) 

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