Molto fumetto e poco arrosto

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Il fumetto, a pochi anni della sua nascita, è già nella fase della decadenza. Parlo, si capisce, di quello destinato ai grandi perché i racconti a immagini per i ragazzi, da Topolino a Pecos Bill, avranno ancora lunga esistenza e forse seppelliranno del tutto quei magnifici libri di avventure tipo Emilio Salgari che allietarono la nostra infanzia. Nato all’estero, il fumetto per adulti penetrò in Italia con la complicità di Grand Hotel e si perfezionò in breve tempo, sostituendo le pagine disegnate con quelle molto più efficaci a fotografie.

Favorito dalla pigrizia di un pubblico che è stato abituato dal cinematografo a vedere, più che a leggere, il fotoromanzo si impose a tal segno da fare la fortuna di alcuni settimanali specializzati del genere. Nacquero le case di produzione di fotoromanzi e il relativo divismo, di tono nettamente cinematografico.

Molte ragazze, dattilografe, commesse, operaie, la cui ambizione si contiene in limiti modesti, sognano di diventare stelle di Tu, mia follia! o di L’amore negato. Insomma, il cinema ha visto sorgere da un momento all’altro un concorrente in rotocalco che, se non raggiunge gli incassi favolosi del mondo di celluloide, vive molto bene, considerando anche il minor costo di un fotoromanzo. E, fin qui, sembra che nulla venga a turbare i sogni dei varii giornali che si occupano di questo genere di letteratura. Ma da un po’ di tempo c’è qualcosa nell’aria: la tiratura cala, i periodici meno quotati falliscono, insomma il fumetto dimostra di non essere più la miniera d’oro di qualche anno fa. Che cosa è successo? Semplice: la gente si stanca di leggere sempre le stesse cose ed elimina la spesa superflua dal proprio bilancio. Perché i fumetti non sono buoni o cattivi in se stessi, ma lo sono a seconda di ciò che presentano. Un racconto interessante e movimentato è un buon fumetto e cioè, senza dover essere paragonato a I promessi sposi, adempie alla sua funzione; un racconto noioso e senza colpi si scena è un cattivo fumetto, anche se il racconto originale dal quale è tratto è pieno di gusto e di finezze letterarie. Gli autori di quel particolare genere sono sempre gli stessi e, spesso, non hanno la minima idea di che cosa sia un racconto cinematografico. La formula è semplice: ogni fotografia un colpo di scena. Il cinema può tirare per le lunghe e lasciare lo spettatore senza niente di nuovo per una decina di minuti, il fotoromanzo no: ha bisogno di azione, azione e ancora azione. Per questo i fumetti per ragazzi sono i meglio riusciti, mentre quelli affidati a scrittori che coltivano il genere sentimentale si rivelano un vero disastro. Nei romanzi di Luciana Peverelli o di Liala la trama è quasi nulla in confronto alle migliaia di parole che i protagonisti sprecano per dirsi vicendevolmente che si amano, che si odiano e, infine, che si amano di nuovo. Nei fotoromanzi tratti dai libri delle stesse autrici, le parole rimangono, invadono le fotografie che risultano statiche al massimo. Così, nella prima foto lui e lei si abbracciano, nella seconda lei e lui continuano ad abbracciarsi e nella terza lui abbraccia lei: al millesimo fotogramma, che corrisponde su per giù alla trentesima puntata, le cose sono sempre allo stesso punto e il lettore smette di leggere.

Per riconquistare il pubblico perduto, recentemente i giornali di fotoromanzi hanno lanciato riduzioni di opere celebri: I miserabili, Anna Karenina, La voce nella tempesta e così via. Ma non è detto che Tolstoi sia un buon “fumettaro” soltanto perché è un grande romanziere. D’accordo, ha più colpi di scena di Carola Prosperi, ma è ancora assai lontano dalla efficacia di Alex Raymond che in cinque vignette riesce a descrivere un inseguimento in automobile, la cattura dell’agente segreto X 9 da parte di una banda di spie internazionali, la sparizione di una eroina bionda e una serie di rivoltellate di ignota provenienza. Senza contare che l’agente segreto trova anche il tempo di scambiare qualche bacetto con l’eroina e di dirle: « Ti amo, Honey. Sgomino la banda e torno subito  ». Vivaddio, questi sono fumetti con tutte le carte in regola. Chiamare con lo stesso nome le sciroppose vicende di Amani senza domani è un vero insulto alle scattanti e dinamiche storie di Mandrake di Gordon e di Steve Canyon.

Insomma, il fenomeno sta per ridursi alle modeste proporzioni che gli spettano e le tirature di un milione di copie, raggiunte nel ’48, diventeranno un piacevole ricordo che i direttori di certi settimanali racconteranno ai loro nipotini assieme alla favole di Cenerentola.

Di positivo i fumetti hanno fatto qualcosa, proponendo all’attenzione di un vasto pubblico molti volti interessanti anche se ancora sconosciuti, cosa questa che il cinema non aveva saputo o non aveva voluto fare. Ma il cinema, arte parassita per eccellenza, ha sempre appreso in fretta le lezioni che gli sono state impartite. Rendendosi conto del successo ottenuto dal suo parente povero, è corso ai ripari, sottraendogli qualcuno di quei volti che avevano contribuito alla sua improvvisa fortuna. Il parente povero arricchito sta perdendo quello che ha troppo facilmente guadagnato, speculando malamente col patrimonio accumulato, mentre il cinema passa trionfante, facendosi bello con le penne rubate, come il famoso pavone. Uno a uno, i migliori divi della produzione fumettistica passano allo schermo, da Corrado Alba a Diana Vallauro, da Anna Vita a Sofia Lazzaro.

De resto, non sono mancati attori poco fortunati della pellicola che hanno arrotondato un magro stipendio ricorrendo al fumetto: Enzo Fiermonte, per esempio, e Antonella Lualdi, che si presentava al pubblico dei fotoromanzi come Arabella. Anche la moglie di Tiberio Mitri, la Miss Italia Fulvia Franco, ha cercato tra le braccia dei vari Tipo, Bolero, Sogno, Taboga eccetera il successo che non ha ottenuto con Romanticismo e Totò al Giro d’Italia.

Alba Arnova, ex ballerina del teatro Colon di Buenos Aires ed ora attrice cinematografica, ha cominciato la sua carriera divistica con Dea bionda, un fumetto di grande riuscita. Vedremo la Arnova in Che tempi! di Alessandro Blasetti. La stessa Gina Lollobrigida ha ottenuto la sua prima scrittura tramite i fumetti e così pure Anna Vita, la regina incontrastata di quel genere di produzione.

Un fotoromanzo, interpretato dalla Vita, da Sergio Raimondi e da Felga Lauri, intitolato in modo suggestivo Vendetta di zingara ovvero Sangue di nomadi, è stato portato sullo schermo con gli stessi protagonisti, ma — temiamo — non con l’identico successo. Anna ha figurato anche in Signori in carrozza e in E poi dice che uno…; ella è stata al centro di una polemica sorta sulle colonne del nostro giornale circa la sua bravura d’attrice.

Sofia Lazzaro è una provocante bellezza che il cinema ha scoperto da poco fra i divi a fumetti ed ha impiegato in una serie di pellicole, da Milano miliardaria a Lebbra bianca ad Anna. Il collega Carlo Mazzoni, direttore di un periodico a fumetti e astro lui stesso, ha intrapreso a sua volta la carriera cinematografica con Napoli milionaria, Quattro rose rosse e Anna.

Per finire, non possiamo ignorare Renato Baldini, bella tempra di attore e di sportivo, capo gangster in Persiane chiuse, e Isa Zannieri, impiegata milanese dal volto sconcertante che sembra abbia avuto di recente delle concrete offerte da una produttrice hollywoodiana.

E chiudiamo definitivamente questa rassegna con Marco Res, il Pecos Bill autarchico, e con Achille Togliani, l’ugola d’oro della radio che non disdegna, fra una canzone e l’altra, di offrire il suo fascino ai fumetti e al cinematografo.

Pochi finora i nomi veramente affermati nel campo della pellicola: per adesso, quindi, il fumetto è molto, ma l’arrosto non si vede ancora. Noi auguriamo di cuore ai baldi divi e alle seducenti dive della carta di trasferirsi al più presto e definitivamente, sul telone dove potranno conoscere un successo meno effimero.

Bruno Martinoli
(Hollywood, 5 Luglio 1952 – immagine e testo archivio in penombra)

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