A Mantova Lattuada ha trovato i personaggi di Bacchelli

Alberto Lattuada gira Il mulino del Po a Mantova

Il mattino del 29 marzo 1885, Il pellagroso, quindicinale politico di Casteldario, uscì n edizione “speciale” pubblicando sotto il titolo “Vigliaccherie!” la notizia dell’arresto di ventidue contadini mantovani che, per aver scioperato (pretendevano che il compenso per la potatura delle viti fosse portato da una lira a una lira e 25 al giorno), eran stati accusati di “cospirazione contro la sicurezza dello Stato e attentato diretto a portare nel Paese la devastazione, il saccheggio, la strage”.

“Questo è troppo!”, diceva l’articolo, “si ritorna ai tempi borgiani o, per meglio dire, radeschiani: oggi le manette domani il piombo. Occorre rispondere senza indugio!”. Fu ovunque — alla notizia — un improvviso levarsi di scudi, un pronto agitarsi di leghe, di consolati, di società democratiche e di libere associazioni; in una lettera aperta all’organo dei Contadini d’Italia, La Favilla, il deputato Enrico Ferri deplorò “la spavalderia dei proprietari e dei frati, che sempre si riversa sulle popolazioni rurali. Queste non domandano che terre incolte da colonizzare, non domandano che di morire di malaria, anziché di fame!”. Si riunirono comitati di difesa dei lavoratori, si indissero sottoscrizioni a favore delle “vittime dell’infame e vile governo”, si tennero sulle piazze di ogni borgata e d’ogni villaggio, infocati comizi di “cospiratori”, di “rivoluzionari”, di “internazionali”.

Nel suo storico romanzo, in cui l’animata atmosfera di questi primissimi moti sociali è uno dei motivi dominanti, Riccardo Bacchelli fa appunto la cronaca i un drammatico comizio, tenuto sulla piazza di La Guarda da una gagliarda popolana, che “issata sul tavolo, non senza fatica, la lunga macchina delle sue vecchie ossa arrugginite, si guardò in giro torva e, puntando il dito lontano, sulle teste immobili, urlò: Cittadini, voi siete traditi!”. Fu proprio questa accesa rivoluzionaria “non proclive alla rassegnazione e non ossequiente al prete” a procurare i maggiori grattacapi al regista Alberto Latttuada che giorni fa ha dato il primo giro di manovella alla versione cinematografica de Il mulino del Po. Quando egli giunse per la prima volta a Mantova, quindici giorni or sono, vestiva un bel tagliato sportex a righe bianche e azzurre, calzava mocassini di daino chiaro, passeggiava, senza cappello e senza pensieri, sotto i portici di corso Umberto, sostava sotto le volte del Palazzo della Regione e, come un qualsiasi riposato turista, visitava i più pregevoli monumenti nazionali: il contratto con la Lux  era cosa fatta; i posti per gli esterni s’eran trovati; gli attori principali eran tutti pronti. Restavano scoperti solo pochi ruoli minori e, come ormai è d’uso nel nuovo cinema italiano, egli avrebbe provveduto con elementi del posto, affatto profani del cinema. Gli occorrevano un Princivalle, uno Scansafrascia, un’Argìa, uno Smarazzacucco, un Ciafaglione e una Lupacchioli: questi nomi non lo spaventavano, Lattuada non è superstizioso; prese dunque a battere la campagna, a bordo di una confortevole e capace “giardiniera” sulla quale si caricava, via via che li incontrava per strada, tutti i “tipi” di cui aveva bisogno; in una mezza dozzina di “retate” riuscì così a portarsi a casa un energumeno, un eunuco (almeno cinematograficamente) una zingare, insomma, tutti quelli che cercava, tranne la Lupacchioli; questa, malgrado tutte le ricerche, malgrado tutti gli appelli, proprio non si potè trovare.

Per la verità, parve a un certo punto, dopo giorni e giorni di inutili fatiche, che queste dovessero avere un compenso: mentre, ormai preso dallo sconforto, Alberto Lattuada vagava, una sera, ad occhi semichiusi, per una sala da ballo, gli apparve, d’improvviso, una ridente signora, robusta, all’aspetto, e ben nutrita, che, come per miracolo, era proprio tale e quale Bacchelli l’aveva descritta sotto le vesti dell’ardente popolana. Ma il sorriso del regista doveva presto smorzarsi, come i suoi occhi si dovevano riabbassare: egli seppe infatti che si trattava, per colmo di sventura (sua, dico, non della signora) di una influente personalità politica, e per di più militante presso un partito di destra. Quella sera Lattuada perse la pazienza. « Trovatemi un’attrice — orlò — una vera e propria attrice! ».

E tutto, di colpo, divenne infinitamente facile: quasi si dovette ricorrere al sorteggio, anzi, tante ce n’erano, in Italia, di Lupacchioli. Si decise allora, alla fine, per Maria Pia Arcangeli: non è una popolana, certo, forse non è nemmeno un pochino rivoluzionaria, ma d’altra parte offre l’inestimabile vantaggio di esser politicamente insignificante.

S’è cominciato quindi a girare, lungo gli argini del Po, tra il grano già maturo, sotto un sole che finalmente ispira fiducia.

La lavorazione del film, dice l’amministratore, non dovrebbe durare più di due mesi e mezzo; per questo ogni mattina, prima delle sette, la carovana si avvia al completo verso i posti di ripresa e non ne ritorna prima che sia fatta sera; ognuno tiene a dire che, alla fine, lo dovranno portate a casa in barella. Ma poi arriva la domenica e, per un giorno, più nessuno osa lagnarsi: allora, tra le canne del lago, sdraiata sul fondo di una piccola barca verde, Carla Del Poggio pazientemente si abbronza, tutta sola, mentre il marito corregge e ricorregge il copione, in compagnia di un dolcissimo sigaro, e Jacques Sernas si vanta con la madre, sotto il pergolato d’esser riuscito (con grande conforto delle sue ammiratrici) a dissuadere Lattuada dal fargli tingere i biondissimi capelli. « È mai possibile » egli spiega « che tutti i contadini debbano essere necessariamente bruni?». Soltanto Dina Sassoli dorme, la domenica, fino alle due del pomeriggio. « Sogna » dicono tutti « lasciamola sognare ».

Alberto M. Nizzola
(Bis, Milano, 6 luglio 1948 – immagine e testo archivio in penombra)  

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