Inchiesta sul cinema italiano

inchiesta sul cinema italiano luglio 1948

Quando Renato Castellani dovette scegliere gli attori per il suo ultimo film uscì una mattina a spasso per le vie di Roma. Fermò un postino, un operaio che andava a lavorare, un tranviere, alcuni monelli, alcune donne con la borsa della spesa. Quand’ebbe raggiunto lo stabilimento, seguito da tutta questa gente, tenne loro il seguente discorso: “Io vi ho qui riuniti perché continuate a fare, sotto l’obbiettivo della macchina da presa, quello che avete fatto sempre nella vita. Tu continuerai a essere postino, tu il monello, tu il tranviere. Non illudervi di diventare degli attori, perché non lo sarete mai: quando il film sarà terminato tutto tornerà per voi come prima”.

LA MAGNANI NON HA RIVALI

Il discorso del regista Castellani è importante perché si riferisce a un esperimento generalizzatosi, in questi ultimi anni, a tutta la giovane cinematografia italiana. Forse con meno crudezza, con qualche libertà in più, questo criterio ha guidato la mano di tutti gli altri registi, da De Sica a Rossellini, da Comencini a Germi, da De Santis a Lattuada. La scomparsa dell’attore professionista dalla maggior parte dei film italiani è stata forse la novità più importante introdotta da noi dopo la guerra, per le sue ripercussioni nel campo artistico e commerciale. In materia di cinematografo, il pubblico è ancora abituato a riferirsi prima di tutto al protagonista del film e su di lui infatti è ancora imperniato il lancio pubblicitario delle grandi case americane. Ora il neorealismo ha portato l’interesse in tutt’altra direzione. I divi sono stati messi da parte e il pubblico si domanda dove mai siano finiti.
I migliori sono partiti: Alida Valli, Assia Noris, Rossano Brazzi, Valentina Cortese hanno preso la strada di Hollywood e si trovano ormai tra le mani di grandi case di produzione americane. Altri li hanno seguiti, ma si tratta più di emigranti in cerca di fortuna, che di esuli volontari. È il caso di Amedeo Nazzari, di Paola Barbara e di Doris Duranti: Paola Barbara si trova in Ispagna dove ha incontrato fortuna, ma sembra che la sua arte sia in decadenza, come si è potuto rilevare dal suo unico film girato in Italia dopo la guerra, l’infelice Monaca di Monza. Per Doris Duranti le cose sono andate a rovescio e in una lettera scritta dal Brasile a un’amica di Roma si legge tra l’altro che “i bei tempi ormai sono finiti”. Per Nazzari e Aldo Fabrizi il caso è diverso. La loro popolarità è ancora larga in Italia e sembra prossimo il loro ritorno dall’America del Sud. Si dice che Nazzari attualmente stia girando un film di cui Vittorio Mussolini sarebbe il produttore.
Dei rimasti, alcuni si sono sposati, come Laura Nucci e Michela Belmonte, maritata a un celebre banchiere parigino. Clara Calamai, nonostante il matrimonio, ha girato ancora qualche film, ma la sua arte è in declino. Isa Miranda e Maria Denis sono praticamente a spasso.  Alcune di esse, oltre a non trovare lavoro, si trovano addirittura in difficoltà finanziarie. Vera Bergman e Vera Carmi non potranno quest’anno andare neppure in villeggiatura.
In definitiva, gli attori che hanno resistito all’età, al gusto del pubblico, alle nuove tendenze dei registi sono pochi: Andrea Checchi, Leonardo Cortese, Fosco Giachetti, Gino Cervi, Dina Sassoli, Mariella Lotti, Carla Del Poggio e naturalmente Anna Magnani. Stando alle cifre, la Magnani non trova competitori, se per il suo ultimo film Molti sogni per le strade di Mario Camerini le sono stati versati dalla Lux più di venti milioni. Leonardo Cortese si accontenta di cinque, e su cifre molto vicine stanno Cervi, Giachetti e Ninchi che sono passati però a ricoprire le parti di caratterista.
Questa è la triste situazione in cui si trovano gli attori in Italia: nel periodo della guerra il pubblico ha avuto tempo di dimenticarsi di loro e d’altra parte il prestigio che avevano non era così forte da potere sfidare qualche anno di inattività. Un esercente mi diceva a proposito dei nostri attori che sono “troppo italiani” e per questo la loro popolarità è scarsa. È un paradosso, ma contiene del vero.
I registi più accreditati hanno voltato loro ostentatamente le spalle, e ormai si è creata nell’ambiente dei nostro cinema la moda dell’attore sconosciuto il quale sotto un certo punto di vista favorisce in questi tempi di miseria il produttore. Su un piano pratico i risultati dei registi come Rossellini, Comencini, De Sica, Lattuada ecc., vanno giudicati alla luce dei mezzi che sono a loro disposizione. I teatri di posa, sinistrati o distrutti, erano pochi o insufficienti. Impossibile vagheggiare ricostruzioni ambientali, risalire nel tempo e spostarsi nello spazio. Non rimanevano che gli esterni, e lo scenario era unico, quello italiani, reso ancora più pittoresco e più suggestivo dal travaglio della guerra.
Nonostante la scarsità di mezzi richiesti per la realizzazione dei film realisti, le grandi case di produzione hanno tardato a trovare un accordo con i loro registi soprattutto perché la maggior parte di essi obbedisce a determinati principi di carattere estetico inconciliabili con le ragioni che animano solitamente i produttori.

LA NUOVA ATTRICE DI DE SICA

Questi ostacoli, queste diffidenze e i malintesi sorti da principio si sono in questi due anni appianati e le due grandi case italiane, l’Universalia e la Lux, le sole che attualmente abbiano una produzione a gettito costante, sono giunte a un compromesso fra i film di impegno assoluto, e quelli di semplice interesse commerciale. Commercialmente, i film neorealistici sono sempre stati un disastro. Si pensi che Paisà rimase quattro giorni soltanto in programmazione a Milano, mentre L’Onorevole Angelina, che pure ha ottenuto tra noi un grande successo, non ha superato la media dei normali film stranieri. A tutto questo c’è una spiegazione, ed è che, a parte il basso livello di gusto del nostro pubblico, le cose di casa nostra non interessano, per principio. Che siamo stracciati, diceva uno spettatore, lo sappiamo da noi, non c’è bisogno di andarlo a vedere al cinema. È il ragionamento di Bertoldo, ma i produttori devono per forza tenerlo presente. Lo sbilancio prodotto dai film italiani è compensato in parte dal successo ottenuto dal nostri cinema all’estero. E c’è anche qui un motivo: per gli stranieri il vecchio concetto dell’Italia terra di banditi e giungla da esplorare è molto radicato, e perciò lo sciuscià desta lo stesso interesse che i banditi sardi dei romanzi di Grazia Deledda.
Attualmente i film che si stanno girando in Italia sono legati alle esperienze e agli ambienti della gente del nostro paese. Per questo motivo l’Universalia si è indotta ad acquistare i diritti di La terra trema, l’ultimo film che Luchino Visconti ha girato in Acitrezza in Sicilia. La terra trema è un film di intonazione verghiana, e racconta la vita dei minatori e dei contadini che lavorano nell’isola in condizioni difficili. Visconti rappresenta la tendenza più cruda e realistica del movimento neorealista. Ma è regista di gusto assai sensibile. L’anno scorso propose al produttore di una grande casa di realizzare Le diable au corps: gli fu risposto che il soggetto era poco cinematografico.
Ma i più di questi registi producono da soli, generalmente appoggiati a case di modesto rilievo. Vittorio De Sica ha addirittura ottenuto i capitali per produrre in proprio il suo Ladri di biciclette. Anche il protagonista del film è la gente della strada. Una sera di aprile di quest’anno De Sica lanciò un appello per radio precisando i personaggi  e i requisiti che occorrevano per partecipare al suo film. Prima di decidersi a rinunciare agli attori erano intercorsi accordi con una casa cinematografica americana, e l’operaio ladro di biciclette avrebbe dovuto essere Henry Fonda o Cary Grant. Invece il protagonista fu un vero operaio, e suo figlio un vero bambino povero condotto per mano dalla madre. L’attrice venne invece scelta per caso. Lianella Carrell, giornalista della radio di Roma, era stata ad intervistare De Sica e invitarlo a “radio Fortuna”. De Sica le chiese se non aveva mai fatto del cinema, Lianella rispose di no e il regista le fece fare un provino che riuscì favorevole.
Mentre De Sica gira a Roma, Rossellini sta ultimando per conto dell’Universalia gli esterni de La macchina ammazzacattivi, ad Amalfi.
Questa tendenza di raccogliere sotto l’obbiettivo la gente della strada ha sfiorato, in Proibito rubare di Luigi Comencini, confini grotteschi. Questo film racconta la storia di un prete che si mette in testa di redimere una squadraccia di scugnizzi napoletani. Naturalmente, gli scugnizzi erano veri, e ladri come tutti gli scugnizzi. Cosicché succedeva sovente che il film doveva essere interrotto per l’assenza degli attori, e Comencini doveva andarli a cercare nelle prigioni locali, dove erano stati messi fin dalla notte precedente.
Anche la Lux, come l’Universalia, si è impegnata in film veristici affidando la direzione del Mulino del Po a Lattuada, che sta girando nei dintorni di Mantova, e Riso amaro a De Santis, che lotta attualmente con le zanzare del novarese per realizzare un film sulle mondariso.
Nell’atmosfera di miseria in cui si agita il film italiano, la decisione dell’Universalia di realizzare Fabiola ha provocato stupore e un’infinità di commenti. L’Universalia è una casa sorta da poco tempo che ha al suo attivo pochissimi film, e per quanto abbia intenti dichiaratamente cattolici, la sua produzione non soffre di restrizioni moralistiche né politiche, tanto da aver acquistato i diritti su un film come La terra trema, il cui regista è di sentimenti comunisti. Si è detto che Fabiola (che sarà presentato in due episodi ed ha una parentela assai lontana con l’opera del cardinale Wiseman) costerà un miliardo. Questo ha provocato un articolo di un settimanale milanese, col titolo: I pretoriani di Cinecittà, il cui senso è contenuto nel titolo stesso, e ha fatto andar sulle furie Blasetti. Blasetti dice che i suoi pretoriani non intendono sbarrare la strada a nessuno, né al neorealismo né ai giovani, che si può fare opera di umanità anche richiamandosi al terzo secolo, e che anzi la crisi dell’Impero romano di quel periodo ha, per ragioni di analogia con quella del nostro dopoguerra, un’attualità viva e immediata. Quando gli ho detto che la paura di tutti era di rivedere un’opera sullo stile ingallonato di Scipione l’Africano Blasetti è rimasto perplesso; poi ha detto che questo non si verificherà, ma che dopo tutto il film di Gallone non era male.
Fabiola non costerà un miliardo come è stato detto, ma poco più di cinquecento milioni. Venti ne sono stati spesi per i costumi, ottanta sembra furono pagati a Michèle Morgan, per sottrarla a un produttore di Hollywood. Nei teatri di posa del Centro Sperimentale sono state costruite delle catacombe in miniatura, le colonne della sala dove si svolgerà il processo di Fabiola sono di marmo vero. Ad Anzio verrà innalzata una grande statua di Claudio prospiciente il mare che sarà alta nove metri. Le comparse all’Arena di Verona giungeranno a ventimila e le corazze dei pretoriani sono state fatte tutte di cuoio per rendere più perfetta la resa del sonoro.
Una cosa che gli stessi funzionari dell’Universalia si chiedono è da quale parte vengano i finanziamenti. È stato detto che i parroci dei paesi ottengono sottoscrizioni vendendo azioni per la società, ma la notizia mi risulta falsa. Comunque i finanziatori devono essersi accorti, sia pure con un po’ di ritardo, che le spese per Fabiola erano state eccessive e allora hanno provato ad iniziare la lavorazione di un film dove potessero essere utilizzati i venti milioni dei costumi di Fabiola. Così, presto ricomparirà sugli schermi italiani un’ennesima edizione degli Ultimi giorni di Pompei, e una terza decantazione, per utilizzare i resti dei resti, si avrà nel film di ambiente romano Tzio, Caio e Sempronio, affidato a Bragaglia.

RATOFF E L’AIUTO REGISTA

Nonostante questa gigantesca realizzazione, che si compirà quest’anno, il film italiano da un punto di vista commerciale è entrato in una grave crisi. Si pensi che attualmente le case produttrici iscritte sono quarantadue e che i film della stagione in corso (’48-’49) saranno soltanto trentacinque, contro la settantina dell’anno precedente. La Lux e l’Universalia si trovano a sostenere l’urto della produzione straniera, specialmente americana, e si ha l’impressione che gli americani vengano a girare in Italia non tanto per realizzare dei buoni film quanto per invadere il mercato e per darci il senso della nostra impotenza nei loro confronti. Il film Cagliostro è costato un miliardo e mezzo. Il regista Gregory Ratoff si è preso cinque aiuto registi italiani, che poi del resto si è ben guardato dall’interpellare. Uno di essi un giorno, non foss’altro che per giustificare il largo stipendio che gli veniva pagato, si avvicinò a Ratoff e gli suggerì di spostare di qualche centimetro il punto di ripresa di una scena. Ratoff, che in quel momento stava mangiando un grappolo d’uva, alzò gli occhi su di lui e gli chiese: « Scusi lei chi è? » « L’aiuto regista Tale ». Ratoff sorrise, gli porse il grappolo d’uva, e gli disse: « Bene, le dispiace tenermelo? ».
La crisi commerciale del cinema si è acuita in questi ultimi mesi per la sensibile contrazione degli incassi e l’aumento crescente dei costi di produzione. La mano d’opera tuttavia, a parte gli altissimi stipendi dei grandi attori, è scarsamente retribuita. Una comparsa percepisce oggi settecento lire al giorno; un generico, anche bravo, poco più di duemila. Non è raro che fra gli aspiranti alle comparse si trovino ufficiali superiori dell’esercito, ex professori di università ed epurati di ogni genere. Ogni giorno vengono depositati in media cinque soggetti di film alla Società degli Autori, poco meno di duemila all’anno, di cui soltanto una trentina vengono poi realizzati. Agli uffici della Lux si presentò recentemente un distinto signore anziano. Disse di essere un colonnello dei granatieri, di avere la moglie malata e di offrire otto soggetti a cinquanta mila lire l’uno. Assicurava che si trattava di un grande affare, e non riusciva  a persuadersi che l’impiegato non volesse capire. Queste sono scene, del resto, che si ripetono tutti i giorni, e le case cinematografiche non è di soggetti che mancano, né di attori. La falcidia dei crediti ha gravemente inciso anche nel settore del cinema e così la produzione va riducendosi sempre di più. Gli esercenti dei cinematografi hanno l’obbligo di riservare venti giorni ogni trimestre alla proiezione di film italiani. Hanno accettato a malincuore questa imposizione, ed è una fortuna, secondo loro, che l’insufficienza della nostra produzione permetta di diminuire a dieci i giorni in cui il pubblico, a causa dei nostri film, deliberatamente deserta le sale.

Enrico Roda
(Oggi, 25 luglio 1948 immagini e testi archivio in penombra)

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