La fabbrica delle comparse

Roma, luglio 1950

Avete mai visitato il Monopolio dei Tabacchi? È una cosa che può davvero stupire il profano: un complesso di macchine, di ruote, di cinghie: da una parte si mettono le foglie di tabacco e le bobine di carta velina, poi non si vede più nulla, si sente solo battere, fischiare, ronfare; si va dall’altra parte della macchina ed escono — come per miracolo — pacchetti di “nazionali” o di “africa” o di “serraglio”. Così accade da quattro o cinque settimane a Cinecittà. Da una parte — all’ingresso degli stabilimenti, dove sono stati costruiti gabbiotti di faesite per gli incaricati del Quo Vadis? — ogni mattina giungono disoccupati, ragazzotti, trasteverine ed anche giovanotti e signorine che vogliono far le comparse per curiosità. Li scarica il “tranvetto azzurro” ad ogni corsa, aggiungendo agli altri sempre nuovi strati di aspiranti-cinematografari. In quei gabbiotti avviene la cernita: gli scartati (sono pochi, in verità) riprendono il tranvetto, gli altri cominciano la loro corsa nei meandri misteriosi della macchina-Cinecittà. Sono entrati disoccupati, ragazzotti, trasteverine, gagarelli e signorine, riescono dall’altra parte plebei, notabili, vestali, popolani, legionari.

Ora la… produzione di antichi romani è particolarmente intensa: dai mille ai seimila al giorno, perché — con un anticipo sul piano di lavorazione — sono già iniziate le scene del circo e le altre scene di massa. Da principio si pensava che sarebbe stato possibile realizzarle solo a settembre, ma poi i dirigenti della Metro — che, sebbene alcuni li vogliano presentare come orchi, sono invece molto gentili e comprensivi — hanno pensato che sarebbe stato proprio male perdere una così bella occasione per regalare una magnifica cura elioterapica a sei mila persone, e così…

Naturalmente, non è questa la ragione dell’anticipo, dovuto invece alla disciplina e al rendimento di tutti coloro che prendono parte al Quo Vadis?, dai più modesti carpentieri alle comparse. Per realizzare alcune difficili e complesse scene per le quali erano stati preventivati una decina di giorni, ne sono invece bastati due o tre.

Ora — come dicevamo — le inquadrature “recitative”, alle quali potevano prender parte solo gli interpreti del chiuso dei teatri di posa, sono quasi terminate, ed hanno fatto posto a quelle “coreografiche”. Da quasi un mese la macchina da ripresa, avviata sulla gigantesca “giraffa”, è andata a curiosare fra la Roma antica ricostruita con dovizia di intravature e di carpilite, di dorature e di decorazioni; da quasi un mese ai “primi piani” si sono sostituiti i “campi lunghi”, i “totali”, le “panoramiche”: da quasi un mese la bravura dei divi è stata rimpiazzata da quella anonima della massa.

La massa, la “folla”, appunto. Giannini, che come scrittore ebbe fortuna con un libro intitolato appunto La folla, qui avrebbe avuto modo di fare nuove esperienze, esaminando il contegno e le reazioni dei “seimila”, i quali recitano, agiscono, si comportano subendo evidentemente il complesso psicologico della massa, che non conosce mezze misure, ma è sempre pronta a raggiungere gli estremi.

Giorni fa questo lo si è visto quando sono state girate le scene dell’assalto della folla al Palazzo di Nerone. Si vede che anche all’epoca dell’Impero di Roma la “Celere” era già conosciuta: infatti, quando i dimostranti cominciarono a muoversi dalla Suburra, i Commissariati diedero l’allarme alla Questura Centrale. Un rapido scambio di messaggeri (il telefono ancora non c’era, e nemmeno la radio) bastò per far circondare il palazzo imperiale da un fitto muro di pretoriani dalla grinta severa. Suonò l’allarme (per intenderci, uno degli aiuto-registi intimò il « pronti, si gira »); i pretoriani spensero le sigarette, rimisero gli elmi al posto dei fazzoletti, imbracciarono scudi e lance.

L’arrivo delle comparse fu preceduto dalle grida che in genere accompagnano i moti popolari: molto apprezzati i « te possino… » di molti trasteverini i quali, non conoscendo il latino, facevano sfoggio della loro conoscenza delle imprecazioni odierne (intanto che sul sonoro sarebbe stato registrato soltanto un minaccioso boato e se lo potevano permettere). L’urto fu tremendo. I pretoriani facevano “cordone”. La prima ondata fu respinta. La plebe però ci mise poco a riprendere fiato. Un bel fuoco di artiglierie di preparazione ci voleva; e allora raccolsero da terra tutti i sassi accortamente disposti, e cominciarono ad esercitarsi al tiro al segno contro gli elmi delle guardie. I sassi rimbalzavano contro gli scudi (e non potete immaginare quanto sia adatto il verbo “rimbalzare”, giacché le pietre… eran di gomma); ci voleva ben altro. I capipopolo portarono allora le orde all’assalto. Presto non fu possibile usare più nemmeno le lance, nella foga del corpo a corpo. I pretoriani usavano gli sfollagente (le aste delle lance spezzate) e i popolani nodosi manganelli (anche questi di gomma).

I pretoriani stavano per essere sopraffatti, il Questore allora ordinò l’intervento delle jeeps, che iniziarono il loro carosello, distribuendo piattonate e fendenti, aprendosi il varco fra la folla addensata, timorosa non tanto delle botte, quanto di andare a finir sotto le ruote… Ma poiché questo accadeva poco meno di duemila anni fa, le jeeps erano focosi cavalli, e gli sfollagente le daghe. Le jeeps — quelle vere, con sopra autentici “celerini” — a un certo punto però dovettero intervenire sul serio, per dividere i contendenti, i quali — troppo presi dalla finzione, trascinati dal loro entusiasmo — stavano dando prova di un “realismo” cinematografico che gli americani in genere non approvavano, e che in questo caso era assolutamente eccessivo, come giudicarono anche gli infermieri della Croce Rossa che nelle loro tende medicavano i contusi.

L’impegno che le comparse mettevano nel dar addosso ai pretoriani era così eccezionale, che non si poteva giustificare soltanto con gli eccessi che derivano quando sono più persone a far lavorare le mani. Sapete come vanno le cose: si comincia per scherzo, poi uno viene involontariamente colpito, vuol ricambiare la botta, l’altro la ridà più forte, quello che è vicino — non volendo esser secondo a nessuno — rincara la dose anche lui, nei più calmi a un certo punto si risveglia l’istinto della difesa (che quasi sempre si identifica con quello dell’offesa…), e piano piano la finzione diventa realtà, e i muscoli, alzando a abbassando velocissimamente i bastoni, si rigonfiano sempre di più, con forza sempre maggiore.

Non è mancato neppure chi, sbigottito dalla furia dei contendenti, e considerando che in fondo lividi e ammaccature non erano compresi nel prezzo, ha pensato che la “lotta di classe” non dovesse essere estranea neppure in quella …finta mischia finta. Le comparse, infatti, guardano sempre con un certo rancore invidioso i loro colleghi più fortunati, i generici: e quella avrebbe potuto essere l’occasione propizia per… esprimere le proprie opinioni. E non è improbabile che un plebeo, alzando la mazza su un pretoriano, nell’intimo pensasse veramente: « Io, perché sono soltanto una comparsa, devo prendere, per un giorno di questo lavoraccio, mille lire di paga, più cento di indennità tram, più duecento di indennità sole, più trecento di straordinario; e questo qui, invece, ne deve prendere quasi cinquemila! Ma chi crede di essere? E allora guadagnatele, queste cinquemila lire! ». E giù con la mazza sull’elmetto.

Il pretoriano invece pensava: « Ma che vogliono, questi qui? Guadagnano mille seicento lire, non fanno niente, si prendono il sole così quando tornano a casa dicono pure che sono stati in villeggiatura; e a me invece tocca portare ‘sta corazza che col sole diventa un forno, truccarmi, recitare — perché io recito, io ho una responsabilità — quando ho finito so’ morto di stanchezza e questi senti come fanno! Ah si, voi fate sul serio? E allora beccati questa! », e giù con l’asta delle lance sulle spalle.

I pretoriani invece si sono vendicati qualche giorno dopo, quando si è girata la scena in cui i cristiani entrano nel circo. Appena si apre il portone, dalle gradinate le seimila comparse urlano, gridano, ululano, e i cristiani le devono prendere con santa pazienza. Altrimenti, che “cristiani” sarebbero? E i pretoriani se ne approfittano: fanno rotear le braccia in aria, e poi giù, sulle braccia, le spalle e le gambe sui quali i truccatori hanno disegnato rivoletti di sangue. Intanto, le “code” risulteranno di cuoio solo sulla pellicola in technicolor; ma gli artigiani che le hanno costruite sanno che sono di lana morbidissima…

C’è da augurarsi, però, che lo spirito bellicoso che ha afferrato in questi giorni le comparse, non afferri anche le comparse che lavoreranno la prossima settimana. Perché saranno comparse particolarissime, fatte venire da lontano: dall’Olanda e dal Kenia. Ed il fatto che sian tutte molto giovani — due o tre anni — le rende ancora più temibili; si tratta di leoni!

(Film, 29 luglio 1950)

 

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