Luigi Zampa

Luigi Zampa tra il produttore De Laurentiis e Zavattini

Roma, 31 luglio 1954

Forse, prima che un regista, Luigi Zampa si sente un buon cittadino, una persona che crede nella Costituzione, nella democrazia nata dalla Resistenza, nella libertà e nella concordia. Questa “coscienza civica”, del resto, la avvertiamo in ogni sua opera; ed egli è tanto convinto della giustezza delle proprie idee che per affermarle nei suoi film è disposto a rischiare, a battersi, a fare di tutto, insomma, pur di ottenere che queste idee possano essere esposte agli altri cittadini per mezzo del cinema.

La sua professione Zampa la svolge con molta modestia e coscienziosità, e per dimostrarlo basterebbe osservare la cura che egli pone nella scelta dei soggetti; inoltre pur possedendo un mestiere solidissimo e temprato da una lunga esperienza, Zampa non “bara” mai (e gli sarebbe piuttosto facile), non tenta di “fare l’artista” caricando i suoi film di inutili fronzoli e pretenziosi estetismi.

Mira al sodo, al racconto, alla chiarezza. Salvo a dimostrare sensibilità e gusto quasi raffinati là dove ce ne sia bisogno (vedi Processo alla città) per la ricostruzione di un clima, di un ambiente, di un’epoca.

Molti film sono stati per Zampa altrettante battaglie; si pensi a L’onorevole Angelina, a Anni difficili, e, soprattutto, ai recenti Anni facili e La romana; opere che hanno chiaramente dimostrato come sia necessario, specialmente oggi, aver coraggio, tradurre cioè in pellicola le buone idee, anche se queste riescono poco gradite alla censura, perché la cosa più importante è che un film esista. Poi, se avrà fastidi, ci si batterà. Oggi l’interesse del pubblico verso il cinema italiano è troppo forte perché un gesto eccessivamente drastico degli organi di censura non susciti vivaci reazioni.

Zampa, che con la censura ha ormai una lunga dimestichezza, dice spesso agli amici: « Il guaio vero è che i burocrati di via Veneto sono quelli di prima, non solo, ma, quel ch’è peggio, non hanno cambiato minimamente la loro mentalità ».

È un argomento, questo, che non si può fare a meno di toccare quando si discorre con Zampa. Così come l’argomento del suo antifascismo.

« Ogni tanto ripenso a come divenni antifascista — racconta. Durante il tempo del fascismo mi occupavo poco di politica, leggevo pochissimo i giornali e mi dedicavo piuttosto a letture confuse e disordinate, ma particolarmente necessarie, allora, per evadere dai limiti angusti della cultura ufficiale. Cercavo, in definitiva, di ignorare quello che succedeva intorno a me. Fu invece nel dopoguerra, che capii veramente cos’era stato e cos’era il fascismo. Ecco per esempio un caso che mi fece molto riflettere: un giorno, nel ’46, viaggiavo su una camionetta che fungeva, in quei tempi d’emergenza, d’autobus, incontrai un mio amico, che era solito frequentare come me il Caffé Greco quando studiavo architettura. Non lo vedevo dal 1930. Gli chiesi come mai non ci fossimo visti per tanto tempo. Lui, che sapevo essere stato un antifascista militante, mi rispose che aveva passato quindici anni in galera. Per quindici anni pensai, quel mio amico non aveva potuto passeggiare per le strade, studiare, lavorare, fare all’amore, visitare una mostra, niente. E solo per essere stato antifascista. Questo caso umano mi fece molto riflettere ».

L’antifascismo, o la critica di un certo costume nella vita italiana legato al fenomeno fascista, è stato sempre uno dei temi prediletti da Zampa e lo sarà particolarmente nel suo prossimo film, L’arte di arrangiarsi, il cui soggetto (come già quelli di Anni difficili e Anni facili) è di Vitaliano Brancati, mentre la sceneggiatura è stata curata dallo stesso autore del Bell’Antonio e da Zampa.

Il sottotitolo di questo film potrebbe essere benissimo Trent’anni di vita italiana. La sua storia, infatti, abbraccia un lungo periodo di tempo che va dal 1914 al 1947, e viene narrata in prima persona (il che permette certi “balzi” e certi “riassunti” necessari a una cavalcade del genere) dal suo stessi protagonista Sasa Scimoni, siciliano.

— È la storia (storia del costume s’intende) di trent’anni di vita italiana — dice Zampa dopo averci raccontato il soggetto — visti di riflesso, attraverso le vicende di un “furbo”, uno dei tanti “furbi” di cui è stata ed è tuttora piena la nostra vita pubblica. Però, ogni tanto, queste persone pagano, come facciamo vedere nel nostro film.

« Ancora il tema della corruzione », osserviamo.

« Sì, riflesso però su un personaggio che a me sembra abbastanza caratteristico dei trent’anni di vita italiana che abbiamo esaminato ».

« Si, non ho avuto il minimo dubbio nell’affidare a Alberto Sordi la parte di Sasa Scimoni. Sarà un Sordi diverso dal solito, vedrà, un Sordi amaro, un po’ come quello dei Vitelloni. Egli dovrà incarnare infatti il conformista per eccellenza, l’uomo senza idee e senza fede, dalla mentalità meschina. Non è certo un criminale, Sasa; ma ciò non toglie che simili persone siano estremamente dannose alla nostra società ».

« Però — prosegue Zampa — al film, nonostante il quadro in un certo senso sconsolante che offriamo, Brancati ed io vogliamo dare un tono abbastanza ottimista, nel senso che ci dimostriamo fiduciosi che la nostra società riesca, presto o tardi, a espellere dal proprio corpo i “furbi” come Sasa Scimoni. Tenga presente, tuttavia, che non parliamo della grossa disonestà organizzata; quello è un altro problema, che nel film non abbiamo neppure preso in esame ».

Veniamo a parlare a questo punto di Cronache di poveri amanti che a Zampa è molto piaciuto e che prende in esame certi aspetti della vita italiana durante i primi anni del fascismo. Zampa chiarisce subito la differenza fra quello che sarà L’arte di arrangiarsi e le Cronache. L’Italia del film di Lizzani e Pratolini, l’Italia degli operai e degli antifascisti militanti sarà assente del suo prossimo film, che, invece, sarà tutto impegnato nella descrizione di un solo personaggio e, come abbiamo già detto, di riflesso, nell’analisi di un certo costume.

« Anche il fascismo — ci spiega Zampa — sarà visto di riflesso, o meglio, lo vedremo nel personaggio di Sasa Scimoni, ma certo meno che in Anni difficili o in Anni facili. Avrà lo stesso “peso” che gli ho dato nella Romana, rimarrà cioè sullo sfondo; anche La romana, del resto, è la storia di un certo costume, di una crisi nella vita italiana ».

Zampa si mostra soddisfatto della sua più recente fatica, La romana. Fra pochi giorni il film sarà doppiato e affronterà la vita sullo schermo, che egli spera sia più facile di quella dei suoi ultimi film, ma altrettanto fortunata.

Nella stanza in cui parliamo, al terzo piano di uno stabile di via Monti Parioli, c’è un grande televisore che è servito a Zampa, in queste ultime settimane per rivedersi quasi tutti i suoi film, che la tv ha trasmesso.

Nel riesaminare le sue opere, Zampa è giunto ad alcune conclusioni che, ne siamo certi, interesseranno i nostri lettori.

Prima di tutto, il film che fino ad oggi lo ha maggiormente convinto è, dopo averlo recentemente rivisto, Cuori senza frontiere, girato nel ’49 sull’altipiano carsico a pochi chilometri da Trieste. Questo film, il cui titolo, secondo il desiderio del regista avrebbe dovuto essere La linea bianca, metteva in luce la drammatica situazione venutasi a creare in una minuscola comunità di contadini di una zona di confine dopo che una commissione alleata aveva tracciato, senza troppo criterio, la linea bianca che divideva le case, i terreni e la gente.

« Ho trovato grossi difetti in tutti i miei film, anche in quelli, come Vivere in pace e L’onorevole Angelina, che avevo realizzato con maggiore impegno, ma Cuore senza frontiere lo sottoscrivo ancora in tutte le sue parti; mi sembra che sia il film più sobrio, più lineare e forse più umano che io abbia mai fatto. Mi dispiace che abbia incontrato poco favore presso il pubblico e che la stampa l’abbia molto trascurato. Vorrei proprio riproporlo all’attenzione dei critici, ridiscuterlo, perché mi sembra veramente uno dei miei film più vitali. In parte, riesco a spiegarmi l’insuccesso e i tagli (molto grossi) della censura col fatto che si trattava di un film antinazionalista. Ma, ciononostante, credo che oggi piacerebbe di più. D’altronde, in molti parti del mondo, In America e in Giappone per esempio, è piaciuto molto, a critica e pubblico ».

Giacché ci siamo passati tante volte vicino, affrontiamo ora l’argomento, molto attuale, della censura e della prossima discussione al Parlamento della legge sul cinema.

Zampa è d’accordo con la posizione presa a suo tempo dal Circolo Romano del Cinema (cioè abolizione della censura e intervento della Magistratura nei casi di violazione del lecito cinematografico), sostiene però che il problema della censura ha radici più larghe, e che non è risolvibile col semplice spostamento di poteri dalla burocrazia ministeriale alla Magistratura (anche se ciò può migliorare notevolmente la situazione).

« La censura — dice Zampa — ha origini più profonde, è una questione di civiltà. Io per esempio non riesco a capire come certe persone si siano “meravigliate” per le cose che ho detto in Anni facili; sono proprio queste persone che danno forza alla censura. E il guaio è che, batti e ribatti, la censura è riuscita a far perdere coraggio a molta gente di cinema, soprattutto ai produttori, anche a quelli che si sono dimostrati fino ad oggi particolarmente coraggiosi ».

Le ultime “grane” con la censura Zampa le ha avute, come ricorderete, con La romana; oggetto della controversia era il fatto che Astarita, come nel romanzo di Moravia, fosse agente dell’Ovra. Questa qualifica di uno dei protagonisti — un “cattivo” per di più! —, chissà perché, non poteva assolutamente passare. E infatti fu tolta. Astarita sarà semplicemente un “alto papavero del Fascio”. Strano papavero del Fascio in verità, che fa interrogatori, manda propri uomini di fiducia a pedinare determinate persone, dà ordini di scarcerazione, e così via.

Progetti per il futuro? Si, e a quanto pare piuttosto interessanti. Zampa, dopo L’arte di arrangiarsi, vorrebbe realizzare, col produttore Ponti, un film in cui verrebbe raccontata la storia di tre ragazze figlie di un capo-operaio di Sesto San Giovanni. O meglio, la storia dei tre matrimoni di queste giovani donne. Una delle figlie sposa un pittore (un tipo che dovrebbe ricordare un po’ Scimone); l’altra un giovane industriale; e la terza un operaio. Questa è l’idea-base. Il film, di cui Zampa e Flaiano stanno ancora mettendo a punto il soggetto, descriverà l’intrecciarsi, a volte drammatico, di queste tre differenti vite, sullo sfondo del popolare sobborgo milanese, al giorno d’oggi. Per le tre protagoniste, si fanno i nomi di Sophia Loren, Armenia Balducci e May Britt.

Franco Giraldi
(immagine e testo archivio inpenombra)

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