Il monello n. 1 del cinema italiano

Enzo Staiola il monello numero 1 del cinema europeo

Una poetica fiaba svedese narra d’un mago che, entrato una notte in una bottega di giocattoli, anima d’un soffio vitale bambole e fantocci, soldatini ed orsacchiotti e dà loro il permesso di uscire per la città, ammonendoli che chi non sarà tornato nella propria vetrina per l’ora stabilita avrà da pentirsene. Tutti obbediscono, ad eccezione di una capricciosa bamboletta che costringe il buon mago a correrle dietro per salvarla da una serie di peripezie fino a che gli riuscirà di convincerla a ritornare al felice regno dei balocchi per non soccombere alle insidie di questo mondo grande e terribile.
Questa è l’avventura dei maghi del “neorealismo cinematografico” e dei loro personaggi “presi dalla vita reale”. Un cenno della mano del regista individua nella folla della città un uomo, una ragazza, un bambino e li chiama a vivere l’avventura del cinema; per una volta sola e mai più. Ma difficilmente l’uomo, la ragazza e il bambino riescono a sfuggire alla tentazione di diventare un “divo”, una “stella”, un “piccolo-grande-attore”. Come il buon mago della fiaba il regista si sgola e si sfiata ad ammonire: una volta e mai più! L’avventura è cominciata ed il personaggio “preso dalla vita reale” passa da un film all’altro.

Due ani fa De Sica, girando le prime scene di Ladri di biciclette, scese in uno scantinato d’un palazzo di via Capo d’Africa (una via di Roma, che sbocca nel piazzale del Colosseo) e nel gruppetto di curiosi che si erano accodati ai macchinisti della troupe scelse un bambino.
Aveva fatto nei giorni precedenti una lunga serie di provini a una cinquantina di bambini che gli erano stati accompagnati dalle mamme di tutti i quartieri di Roma e s’era deciso per uno di essi. Ma quello che gli veniva sott’occhio nello scantinato di via Capo d’Africa, gli appariva preciso e definito come il personaggio che aveva in mente.
Comincia così, sebbene sia stata narrata in tante differenti versioni, la storia dell’ormai famoso bambino di Ladri di biciclette che si chiama Enzo Staiola. I francesi lo hanno definito “il monello prodigio”, gli americani hanno decretato ch’è “il più grande dei piccoli attori dello schermo” e il pubblico di lingua tedesca di tutti i paesi d’Europa in cui è stato proiettato il film, lo hanno soprannominato Manneken Piss, perché la scena del bambino sorpreso dall’obiettivo nell’atto di accudire ad una minuta necessità fisiologica (con grave scandalo dei censori americani!) richiama alla memoria una celebre statua-fontana di Bruxelles.
In due anni Enzo Staiola ha preso parte ad altri cinque film: Tale of Five Cities (regia di Marcellini), Vulcano (regia di Dieterle), Marechiaro (regia di Ferroni), Linea bianca (regia di Zampa) e da ultimo I’all Get You for This (regia di Newman). È diventato “il bambino n. 1” del cinema europeo: un produttore inglese ha iniziato le trattative per averlo a Denham; un agente di Hollywood insiste  nell’offrirgli un contratto per 5 anni; per intanto Peppe De Santis si sta decidendo ad affidargli un ruolo per il suo film Nostro pane quotidiano.

Enzo non abita più in via Capo d’Africa: la sua famiglia ha preso in affitto un appartamento più grande in un nuovo edificio costruito alla Garbatella. Tante cose sono accadute dal giorno in cui De Sica gli dette di sorpresa un energico buffetto sulla guancia per vedere se sapeva piangere. Papà Staiola non ha voluto per suo figlio né un istitutore né un’accompagnatrice e s’arrabatta a conciliare le esigenze della sua piccola officina meccanica col programma di lavorazione dei film cui suo figlio prende parte. Il primo dono che il cinematografo fece ad Enzo fu una bicicletta: gliela offerse De Sica, alla fine del film, con quella solennità con cui si conferisce la medaglia scolastica a fine d’anno al più bravo della classe. Coi soldi della settimana di paga “cinematografica” la mamma gli aveva comprato una catenina d’oro con una Madonnina. Newman gli ha regalato una piccola automobile che ha a bordo perfino la radio.
Enzo non ha una natura eccezionale di bambino-prodigio e si è appassionato al cinema come ad un bel giuoco: un giuoco che qualche volta diventa faticoso. Se gli domandate: « Quando ti sei stancato di più? » vi risponderà che è stato mentre si girava Linea bianca. Gli toccava di portarsi addosso per tutta la durata d’una scena un paletto con una scritta confinaria: e corse e salti per la campagna e arrampicate per le colline, sempre con quel paletto sulle spalle.
Non ha preferenze per alcuno dei suoi registi: li definisce tutti “buoni” nel senso che nessuno è stato eccessivamente severo con lui. Come faceva a intendersi con Newman che non parla una parola d’italiano? C’era un interprete, un aiuto regista, che gli spiegava la scena. Alla fine di ogni ripresa Enzo domandava al regista: « Okay mister Newman? ». Quello rispondeva alzando la destra e congiungendo ad anello il pollice e l’indice.
Ma della sua partecipazione al film di Newman, Enzo ricorda specialmente la sua “amicizia” con George Raft. L’attore gli ha regalato un anello d’oro in tutto simile al suo: un cerchietto con le iniziali E. S.. Papà Staiola interviene a questo punto a rievocare un episodio che al bambino non verrebbe in mente di raccontare: « In una scena Enzo è stato capace di far piangere George Raft. Piangere, vi dico! Così, con tanto di lacrime! ». In quella scena il bambino ritorna affannato da una specie di missione pericolosa che gli è stata affidata e dà la notizia all’avventuriero che la sua amica è caduta nella mani della polizia.
Enzo riusciva a imparare meccanicamente le battute del dialogo in inglese, con una precisione di pronuncia e di accento che stupiva. Ora s’è messo a studiarlo, l’inglese, ed assicura che per Natale sarà in condizione di scrivere una lettera al suo “amico” George Raft.
È difficile spremere ricordi ed impressioni dalla memoria di un ragazzo di 10 anni che per quanto abbia dimostrato una straordinaria spigliatezza dinanzi alla macchina cinematografica, è piuttosto timido e impacciato. Si direbbe che, finito di “girare”, il giuoco dei grandi non lo interessi più. Risponde sbrigativamente, o a frasi smozzicate, quasi svogliatamente: non è insomma uno di quei ragazzi dalla vivacità chiacchierina che le mamme non si stancano di offrire ai registi.
Un intervistatore che incrudelisse contro di lui con le solite domande che si fanno ai ragazzi — che cosa ti piacerebbe di fare quando sarai grande? quali film ti divertono? che regali ti piacerebbe di avere? — farebbe una collezione di risposte piuttosto inconsuete.
Chiestogli che cosa avrebbe fatto dei guadagni di un film se gli fossero stati consegnati direttamente, mi sono sentito rispondere: « Li metterei in banca ». Le sue preferenze in fatto di film non si discostano da quelli dei ragazzi della sua età. Ecco un elenco dei film che gli sono piaciuti: Il generale Custer, La carica dei 600, Viva Villa, Maschera di ferro, Buffalo Bill, Il Diavolo Bianco.
Tra gli attori non fa distinzioni, purché vadano a cavallo e sparino molte fucilate. Non gli piacciono i gangsters perché non vanno a cavallo e non sono vestiti da soldati. Ignora assolutamente le attrici. Da quello che dice si riesce a capire che la Magnani gli incuteva una tremenda soggezione. Di Gina Lollobrigida (che è stata sua “sorella” in Linea bianca) ammette che è la più bella di tutte (E lo dice arrossendo, abbassando gli occhi).
« Quando sarai ricco, tanto ricco, che cosa farai? ».
« Mi compro un aeroplano e vado in America ».
« A che fare? ».
Non sa dirlo. La logica dei grandi, determinata dal giuoco dei moventi e delle finalità, non è la sua.
A parlare con lui dei film cui ha preso parte si fa una scoperta sorprendente: non lo appassiona quello che gli fanno fare. O per meglio dire lo appassiona ben di rado: dev’esserci in mezzo l’avventura pericolosa o addirittura la lotta. Appunto perciò se lo interrogaste vi sentireste dire che gli piaceva molto quello che gli faceva fare Newman (e cioè il ragazzo della strada associato alle gesta di un avventuriero) o la scazzottatura  coi ragazzi nel film di Zampa.
Il guadagno di 6 film (compreso Ladri di biciclette) ha dato a Enzo Staiola una certa agiatezza, ma non ne ha mutato le abitudini. È vero che il padre lo accompagna in automobile, ma Enzo è rimasto sempre il “maschietto” di una famiglia di popolani in un rione popolare. I ragazzi del vicinato gli invidiano un meraviglioso giocattolo che ha portato dalla Francia: un trenino elettrico con quattro vagoni e una stazione completa. Ma il suo divertimento preferito è la bicicletta: invita volentieri a salire sulla “canna” uno dei suoi piccoli amici e vorrebbe fare delle lunghe gite. Qualche volta entrano nei suoi giochi anche delle ragazzine che però non sono delle sue “ammiratrici”. Questo ruolo, almeno per ora, può essere soltanto attribuito alla sorellina Vittoria (9 anni) che ha voluto vedere per 5 sere di seguito Ladri di biciclette quando è stato proiettato nel cinema del rione.
E qui è il caso di parlare un po’ della famiglia di Enzo: il fratello più grande (13 anni) si chiama Filiberto ed ha cominciato la scuola media: a distanza di circa 9 anni dalla sorellina Vittoria è nata in casa Staiola un’altra bimba che si chiama Clara. «Con quattro figli da mantenere non c’è da scialare — dice papà Staiola. — Va bene che Enzo si mantiene da sé, almeno per ora, ma devo pensare al suo avvenire ». Perciò è stato stabilito che le offerte di trasferimento all’estero saranno fermamente rifiutate. Enzo deve continuare i suoi studi con l’aiuto di insegnanti privati. « Quando sarà diventato un giovanotto deciderà che cosa vuol fare » conclude il padre.

Mario Rontani 
(Bis, 5 Agosto 1950 – immagine e testo archivio in penombra)

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