Città aperta contro Grande Parata

Open City (Roma, città aperta) World Theatre New York

Roma, città aperta, il cui titolo americano è diventato più semplicemente, Città aperta, ha iniziato la 70a settimana di proiezione. Nell’annunciarlo con grande ampiezza di titoli e di commenti, la stampa americana è indotta a rivedere le precedenti classifiche, mentre i suoi critici vanno a cercare gli altri film stranieri che hanno avuto sugli schermi di New York, se non pari, almeno analoga fortuna. È ormai accertato che Roma, città aperta ha veramente surclassato tutti i più noti film d’altri paesi, che siano giunti in America, mentre conviene pure riconoscere che il World Theatre ove si sta ora proiettando il film di Rossellini, sembra portar veramente fortuna alle pellicole che vi si presentano. Infatti, il lavoro che fino a ora deteneva il primato tra le produzioni straniere in America, il film francese La portatrice di pane, aveva conseguita parecchi anni fa la sua fortuna proprio in questo stesso cinema con 54 settimane di ininterrotta proiezione. Al terzo posto sta il film tedesco Due cuori a basso regime che tenne il cartellone dell’Europa Theatre per 52 settimane qualche anno prima della guerra.
Ma il lavoro italiano non solo ha superato tutti i record, che si fanno chiamare di durata, rispetto ai film stranieri apparsi sugli schermi degli Stati Uniti; esso è ora al secondo posto di fronte a quelli americani, in quella che si potrebbe definire la classifica generale dei classici di Hollywood incontrastati padroni fino ad ora di Broadway, termometro d’America; tutti gli altri sono rimasti indietro di parecchie lunghezze. È avvenuto infatti che Roma, città aperta, dopo aver risalito tutti i posti di classifica, fino a battere recentemente anche I dieci comandamenti che stava al secondo posto con 62 settimane di proiezione al Criterion Theatre sta ora puntando sul primo assoluto, quel famoso La grande parata che, protagonista l’indimenticabile John Gilbert, ha costituito una ventina di anni fa, anche per ragioni reclamistiche, il più fortunato film che la storia del cinema americano ricordi. Esso infatti all’Astor Theatre fu ininterrottamente proiettato per ben 92 settimane. Ma poiché pel momento nulla lascia prevedere che la proiezione della pellicola italiana debba essere interrotta, può ben darsi che anch’essa abbia a raggiungere tale primato.

Ma quello che è veramente sorprendente, e molto indicativo della mentalità americana, è il successo di un altro film italiano comparso in questi giorni sugli schermi di Broadway all’Apollo: Rigoletto, diventato in versione americana Il Buffone del Re, e considerato in Italia un film piuttosto mediocre.
Il New York Herald Tribune afferma addirittura che esso potrebbe insegnare a quei signori di Hollywood molte cose, aggiungendo che i produttori sono riusciti a farne un lavoro veramente completo per la combinazione singolarmente riuscita di attori, trama e regia. « È veramente un perfetto esempio di realizzazione cinematografica del melodramma », giunge a dire il giornale, « effettuata da ottimi artisti e da tecnici di valore. Superbo Brazzi nella interpretazione del principe; belle ed abili le quattro artiste che costituiscono le sue amanti, in particolar modo Paolo Barbara. Juan de Landa è nel suo ruolo, brutale e sinistro insieme ».
« Mario Bonnard », conclude la Herald Tribune, « si varrà di questo film per porre la sua candidatura al premio per la miglior regia; mentre la fotografia di Ubaldo Arata risulta eccellente ».
Il New York Daily News, pur riconoscendo che Rigoletto costituisce del « buon cinema », scrive tuttavia che Michel Simon nella parte del buffone, ha eccessivamente caricato di espressione violenta e macabra la tradizionale figura di Rigoletto. In confronto risultano tanto più contenute, chiare ed efficaci le interpretazioni di Maria Mercader e Rossano Brazzi.
Soltanto il New York Times è di tutt’altra opinione e, fatta eccezione per l’interpretazione di Michel Simon e le due voci squisite di Toti dal Monte e Ferruccio Tagliavini, il critico del giornale ritiene che il film abbia molti lati deboli, dalla lentezza stessa con la quale si svolge la trama, alle manchevolezze della fotografia.

Voci sempre più entusiaste giungono frattanto da Hollywood su Alida Valli. Alfred Hitchcock, regista del Caso Paradine nel quale ella copre il ruolo di prima attrice, ha detto di recente: « Più la conosco e più mi appare una delle più singolari artiste che abbia mai conosciuto. Non potrò mai dimenticare la capacità di controllo sui nervi che ha dato il giorno dell’arrivo, quando dopo essersi presentata a me e dopo che io l’ebbi fatta conoscere a Gregory Peck che l’aveva chiesta come partner, cominciò immediatamente a lavorare senza dare il minimo segno d’emozione. Non avevo mai visto una cosa del genere. Debbo pur aggiungere di aver avuto per la prima volta la sensazione di non trovarmi davanti ad un’attrice che recitasse, ma ad una donna che vivesse un brano di vita ».
Alida Valli non conduce ora una facile vita ad Hollywood. Alle 6 e mezzo d’ogni mattina lascia la sua casa per trovarsi non più tardi delle 7 negli “Studios”. Occorrono infatti non meno di due buone ore perché parrucchieri e acconciatori provvedano alla sua toletta.
Ma l’attrice italiana non mostra di sentire il peso di questa vita.
Il suo inglese frattanto è sensibilmente migliorato; ella anzi va acquistando perfino i gusti del paese che la ospita. Cominciano infatti a piacerle la musica americana, il balletto e, perfino (ultima prova), il gelato.
Dacché ha recentemente acquistato, poco fuori di Hollywood, un grazioso “bungalow”, si può dire che essa sia definitivamente insediata nella vita della capitale del cinema.

J. S. Rosapepe
(Oggi, agosto 1947 – immagine e testo archivio in penombra)

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