I primi film al Festival del Cinema a Roma

La sera di sabato ventidue settembre mezza Roma era in moto: la Roma, specialissima, degli attori, dei cinematografari e dei patiti della settima arte. Si iniziava, con una serata di gala, il primo festival internazionale del cinematografo, e nessuno voleva mancare all’avvenimento artistico-politico-mondano.

Roma Settembre 1945

È stato The thief of Bagdad, film inglese in technicolor, ad inaugurare il Festival. Un film che trova i suoi valori più solidi non tanto — come è parso a qualcuno — nella poetica grazia della fiaba narrativa, quanto nella grandiosità dell’impianto e nella copiosità dei mezzi impiegati.
Infatti, in un senso puramente materiale ed esecutivo, questo Ladro di Bagdad può essere considerato un vero capolavoro. Ma non altrettanto di può dire riguardo all’arte, che rimane lontana le mille miglia, smentendo ancora una volta la famigerata proposizione che dalla grandezza dei mezzi nasce la grande cinematografia.
Anzi, il continuo interferire e accavallarsi di dettagli realistici e di elementi fantastici — che, naturalmente, non connettevano fra loro — provoca dissonanze sgradevolissime ed ha finito per suscitare un senso di fastidio negli spettatori più avvertiti.
Quanto al colore, esso è impiegato — salvo in alcune scene d’insieme, in cui i realizzatori hanno saputo trarre partito dai rossi, dai gialli, dagli azzurri delle masse in movimento  — con quella naturalistica piattezza che costituiva la tara principale dei precedenti esperimenti.

Di ben altro livello è il film di Marcel Carné: Les enfants du Paradis. Il quale, per la novità degli intenti che lo animano e per l’altissima qualità, è senza dubbio tra i più importanti e suggestivi film che il cinema mondiale abbia prodotto da anni a questa parte.
Con esso, Carné volta decisamente le spalle al tradizionale modulo dello spettacolo cinematografico, per tentare una strada tutt’affatto nuova. Diciamo subito che l’eccezionale regista francese ha offerto ai nostri occhi, sedotti e incatenati, un’opera, farcita sì di letteratura, complicata di sottintesi e di insidie e di riferimenti intellettualistici, ma che finisce per amalgamare e sublimare il tutto, raggiungendo la semplicità e l’inoppugnabile evidenza della poesia.
I primi film di Carné si contraevano subito attorno a un nucleo fortissimo di sentimento che attraeva a sé gli elementi di ambiente e di colore immettendoli nel suo giro breve e denso, scartando ex abrupto ogni possibilità di decorazione. Con Les enfants du Paradis, il disegno esteriore, la tecnica più specificamente narrativa, si rompe deliberatamente sulla via del largo poema sinfonico. Tra un incipit e un excipit ugualmente musicali, il film si svolge secondo questo ampio respiro, con trapassi violenti quando sia giunto a dover puntualizzare i fatti e con amplissime soste quando debba introdurre ambienti o personaggi particolarmente suggestivi. Ed è tutto una modulata variazione sul tema (di quelli che, a valutarli coi criteri comuni, parrebbero mancare tipicamente di originalità) che è al fondo del racconto e che, se spesso può sembrare marginale rispetto ai fatti e al loro sviluppo, rimane sempre il motivo conduttore.
La narrazione è tutta calata nell’ambiente e svolta nei rapporti tra questi e i personaggi, fino a un vero e proprio rapporto lirico-plastico. Le centinaia e migliaia di scene che si susseguono sono tutte, una più dell’altra, felici, ricche di senso poetico, di verità e di immediatezza, in un prodigioso rivaleggiare con la natura imitata e sentita.
Le psicologie dei personaggi — la splendida Garance (Arletty), il mimo Baptiste (Jean Louis Barrault), il grande attore Lemaître (Pierre Brasseur), l’omicida Lacenaire — risultano dalle sottili circostanze, più che da testimonianze dirette.
Così che, per questo Les enfants du Paradis si può parlare di poema, di quadro d’ambiente, di sinfonia impressionistica. Termini tutti imprecisi, ma tutti riportabili almeno a un aspetto dell’opera: non-film, insomma, e del tutto immemore di ogni tradizionale cadenza narrativa.
Un’opera d’arte, comunque. Che forse apre una strada nuova e suggestiva al cinema e lo svincola dalle arrugginite macchine standarizzate, in cui si è impigliato.

Antonio Pietrangeli
(testo e immagine archivio in penombra)

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