Film con sorprese

Clara Calamai

Roma, febbraio 1945. Al numero 30 di via degli Avignonesi, c’è un ampio locale dall’aspetto dismesso dove una volta si scommetteva sulle corse. Adesso il passante vede la saracinesca calata: « Hanno chiuso — pensa — non è più tempo da scommesse questo ». Invece, dietro quella saracinesca, stanno lavorando almeno cinquanta persone; scacciato da casa sua, il cinema occupa le case altrui, a dispetto di chi lo vuol morto. Entrate nel portoncino, percorrete il corridoio, spingete una porticina dissimulata nel muro, e vi troverete davanti al film Città aperta, che sta nascendo sotto il forcipe di Rossellini. Guardate bene perché è un film degno d’attenzione.

Inutile spiegare che, con un titolo simile, il film vuol descrivere il periodo in cui Roma visse sotto l’occupazione nazista. Un film attuale, dunque, una prima pagina cinematografica della storia che ha cambiato volto al paese, e animo a tanti di noi.

Hanno costruito gli ambienti uno accanto all’altro, uno incastrato nell’altro, per sfruttare al massimo lo spazio non abbondante. Ci si aggira in un labirinto di legno, si urta contro mobili collocati nei luoghi più impensati. Da una stanza viene un violento schiaffo di luce, tre metri più in là si è al buio, e un’attrice mai veduta prima aspetta con aria misteriosa. Le imprecazioni di Rossellini, che non riesce ad ottenere la luce necessaria, salgono al soffitto, come trasmesse da un altoparlante. Arata cerca di girar l’ostacolo moltiplicando il numero dei riflettori e facendo sottovoce strani calcoli. L’unico soddisfatto è il truccatore, a cui l luce basta e ampiamente. E tuttavia il film procede.

Amidei, sceneggiatore del film, ha inquadrato nella sua trama due episodi veri, che sono gli episodi centrali del film. Rossellini ne ha affidata l’interpretazione a Fabrizi ed a Clara Calamai, che ambedue debbono morire di mala morte; e poiché invece gli altri protagonisti sono stati scelti in massima parte fra gente che non aveva mai lavorato in cinema, se ne dovrebbe dedurre che i principianti non sanno morir bene, e una buona agonia la può realizzare soltanto un attore consumato.

Prendete Fabrizi, ad esempio; ha sempre fatto il comico, è divenuto celebre fra le risate. Qui invece indossa l’abito talare, in una parte che è un po’ quella di Don Morosini, un po’ quella di Don Pappagallo; insomma, la parte di un sacerdote patriota che viene fucilato dai nazisti. È sarà interessante vedere come Fabrizi se la caverà davanti al plotone d’esecuzione.Don Morosini fu fucilato tre volte. Il suo atteggiamento era tale, la sua benedizione ai soldati del plotone aveva tanta maestà, che i soldati non osarono sparargli contro; il sacerdote fu colpito soltanto alle gambe, e cadde. Allora l’ufficiale diede l’ordine di far fuoco una seconda volta, e ancora il sacerdote si salvò. Soltanto alla terza volta venne finalmente colpito a morte. Nel film le scariche sono ridotte a due, per non abusare della tensione nervosa degli spettatori; ma sono ampiamente sufficienti per farci giudicare Fabrizi attore drammatico.

Anche Clara Calamai ha una parte inconsueta. Suo marito è stato razziato e rinchiuso in una caserma, attorno alla quale s’affollano i parenti. Anche Clara è la, vede suo marito alla finestra della caserma, lo chiama, avanza verso di lui, e un milite le spara addosso uccidendola. Clara dovrà apparire visibilmente incinta, e sarà forse la prima volta che si vedrà in cinema una gravidanza credibile; perché al solito le attrici fanno figli cinematografici restando snelle come silfidi.

Questo sono due episodi tratti dal vero; e posso testimoniare la veridicità del secondo, perché l’assassinio avvenne in viale Giulio Cesare, accanto a casa mia, e l’indignazione della gente durò a lungo, si raccontavano l’episodio di casa in casa, da finestra a finestra, ed era così efferato che molti non volevano crederlo.

La piccola Lina, una cara amica che si dedica alla regia teatrale, e che avrebbe affrontato quella cinematografica se il cinema non le fosse scivolato sotto i piedi, mi fa un po’ gli onori di casa. Si ferma davanti a una bella ragazza, completamente truccata. « Guardala bene — mi dice presentandomela: — ha cercato disperatamente di fare del cinema durante quattro anni senza riuscirvi. E adesso, quando il cinema sembra morto, o almeno in catalessi, ha avuto la sua prima scrittura, per una parte importante ».

« Mi racconti com’è andata » dissi alla damigella (che si chiama Carla Rovere), ed ella cominciò in modo singolare. « Debbo ringraziare la fame. — disse — Partita da Napoli per venire a far l’attrice a Roma, riuscii ad ottenere mezza borsa di studio dall’Accademia d’arte drammatica, poi la persi per divergenze di vedute con D’Amico. Si figure la fame. Un giorno svenni, in piazza di Spagna, e alcune persone gentili mi rialzarono. Una di queste persone, e precisamente Rossellini, qualche giorno fa mi telefonò. Vuoi lavorare? Corsi, col cuore in gola, firmai il contratto e passai dal truccatore. Questa è tutta la storia ».

Bene, fa piacere sentire un’attrice con una storia un po’ diversa dalle solite; e fa piacere vedere questo cinema nostro che si sente tanto gagliardo da ricorrere a gente nuova; e non crediate che Carla Rovere sia la sola principiante del film; i due protagonisti maschili sono Pagliero, che fino a ieri aveva fatto soltanto lo sceneggiatore, e che improvvisamente s’è lasciato scoprire doti di divo; e un signor Gandjacquet, che nonostante il nome gallico è romano di Roma, ha fatto parte di un gap durante i nove mesi e adesso cerca di riprodurre davanti allo schermo la sua figura di cospiratore.

In complesso, non si può dire che Rossellini abbia cercato d’evitare le difficoltà; affronta per primo un soggetto scottante di storia contemporanea, lo realizza fra mille difficoltà, in un’ex sala da scommesse, adopera Fabrizi per far piangere, ingoffa Clara Calamai con una gravidanza ben visibile, e affida quasi tutto il film ad attori e attrici principianti. Insomma, se riuscirà a realizzare un buon lavoro, il merito sarà ben suo.Qui si lavora giorno e notte. Fabrizi ha impegni teatrali, quindi si presenta in teatro verso le nove di sera; voi dormite e Kinglax lavora. Immagino operai, tecnici, attori, in atteggiamenti cospiratori, e una gran voglia di dormire. Ma non si può, perché di notte la luce è più intensa, e finalmente Arata riesce ad ottenere gli effetti necessari. Fabrizi in veste talare ogni tanto dimentica la sua parte, e rallegra gli astanti con battute che fanno un certo effetto, nella bocca di un prete; ma poi riprende subito, con quel fare bonario che gli è proprio. « Chi me l’avesse detto che me toccava puro de famme fucilà », brontola ogni tanto, ma senza malanimo. Poi uno gira dietro un assito, e si trova improvvisamente di fronte due soldati tedeschi perfettamente verosimili, che gli danno un po’ di batticuore. Sono austriaci scritturati da Rossellini, e saranno indubbiamente bravi ragazzi, ma a guardarli non si prova alcun piacere. Anche una donna che deve fare la parte di una tedesca è perfettamente in parte, almeno dal lato linguistico, perché si tratta della signora Mahler.

In compenso è un film dove si fanno strani e impreveduti incontri. Uno sceneggiatore fa il divo, un gap anche. E un giornalista, Molinari, che diresse per anni Il Mattino Illustrato, è l’organizzatore del film, e parla con voce cupa di watt e di quadri che mancano. Caro Molinari, fu regista ai tempi del muto, ed ora si riaccosta al cinematografo nell’epoca in cui esso più rassomiglia a quello avventuroso che tanto ci rallegrò da piccoli. Adesso, come allora, manca sempre qualche cosa, adesso come allora bisogna improvvisare ad ogni momento. ma forse così è più interessante.Salutiamo l’onorevole compagnia; arrivederci, Carla Rovere, miracolata dalla fame quattro anni fa. Arrivederci Maria Nobili, con la pelliccia sopra la vestaglia. Non posso dirvi « buona notte », perché una notte di lavoro non è mai buona. ma ditelo voi a me, che devo attraversare la città, sfidando bande di gobbi, sfidando Nino er boia; e soprattutto sfidando questo buio che è più pericoloso dei banditi, perché tende decisamente a farmi rompere il collo.

Eccomi sullo scivoloso marciapiedi; l’amico che m’accompagna si ferma un momento con aria nostalgica. « Strani accostamenti — dice — vedi, qui in via degli Avignonesi, al 36, c’è un luogo malfamato ed accogliente dove in altri tempi trascorsi ore piacevoli ».

« Vieni via, altrimenti dico tutto a tua moglie », brontolai trascinandomi dietro l’amico riluttante. E ci lasciamo inghiottire da un buio viscido che ci dava la strana sensazione di camminare con un cappuccio calato sugli occhi.

Adriano Baracco
(Star, Roma, 3 febbraio 1945 – immagine e testo archivio in penombra)

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