Un albergo a Joinville

joinville-1946

S’incontravano tutti, in qualche parte, in qualche ora del giorno, Renoir, Clair, Carné, Duvivier, Allegret con il codazzo dei minori, Lévy, Grémillon, Jacque. S’incontravano, dico, nelle strade, nelle case, nelle facce della gente, anche se alcuni di loro, come Renoir, come Clair, come Duvivier, erano di là dell’oceano. Perché è  vero che costoro hanno messo la Francia nei loro film, e i loro film, la sostanza dei loro film era là, a portata di mano, e non stupiva più.

Io abitavo a Joinville, un sobborgo di Parigi, in un albergo che si chiamava «La Pomme d’Apis », proprietaria una donna cinquantenne ossigenata, un tempo forse bella, che aveva per macrò un tipo di italiano debosciato, stupido, biondo e maschio senza scrupoli. L’albergo era sulla Marna, di quelli dove un tempo i parigini passavano la domenica ballando, suonando fisarmoniche e clarini, ora asilo delle amanti dei borsari neri; venivano il sabato, i borsari neri, partivano il lunedì, durante la settimana le loro donne indisturbate si davano bel tempo. Sì, Clair era là.

Poi la notte si udivano talvolta grida violente; era l’italiano che batteva l’amante, ubriaco; e si udiva il pianto inconsolabile di una bambina; loro figlia, poi tornava il silenzio e attraverso i muri si sentiva che tutti, dico i clienti, erano svegli, ascoltavano e poi rantolavano senza ritegno, cioè si amavano. Una cameriera campagnola spesso veniva a bussare alla mia porta e mi raccontava di questo e di quello. La notte si dormiva poco, perché Duvivier, sì, Duvivier era là.

L’albergo era carissimo, e durante il giorno non c’era mai nessuno; spuntavano allora le attrici, gli attori, Madeleine Renaud, per esempio, che lavorava negli studi della Paramount. Una sera arrivò Louise Carletti, oriunda italiana com’è noto, figlia con altri nove d’un giocoliere, o qualche cosa del genere; i Carletti sono una famiglia di acrobati e giocolieri da circo. Lei, Louise, piccolina, bellina, era accompagnata da una signora anziana, ma quella sera, poco dopo il suo arrivo, spuntò nell’albergo un tale in bombetta da poco prezzo, cravatta sfilacciata. Lontano un miglio si capiva che era un agente, ma pareva un agente filodrammatico, uno truccato da agente. Si era nell’atrio a guardarci l’un l’altro, e la signora anziana si dava da fare per rendere clamoroso l’arrivo della Carletti dicendo a tutti: « C’est Louise. Vous savez? Le Carletti ». Poi arrivò l’uomo e l’uomo cominciò a dire, lo disse prima di tutto all’italiano, d’essere un agente investigatore; un agente sulle tracce di Louise Carletti, sospetta di spionaggio a favore degli inglesi. Lo disse dunque al macrò, poi lo disse al cameriere, poi ad un vecchio signore zio d’una delle amiche dei borsari, che era lì a fare guardia alla nipote per conto di non so che re, del cuoio o delle lamette da barba; poi lo disse ad una tale capitata lì per una sera, una donnetta malvestita e danarosa, e la cosa cominciava a sembrare un po’ strana; poi infine lo disse a me. Un filodrammatico, dico.

Restammo dunque un po’ di tempo nell’atrio, facendo suonare il grammofono; feci ballare la Carletti perché mi faceva pena, sola soletta in una poltrona così grande; poi lei salì nella sua camera accompagnata dalla signora e noi restammo soli, io e il macrò, con l’uomo in bombetta. Ad un tratto ci accorgemmo che l’uomo era scomparso. Bell’agente, prendemmo a dire, che se ne va sul più bello, che sì lascia scappare la preda. Fu la cameriera campagnola, che sapeva tutto, a informarci, e lascio a lei la responsabilità di quanto riferisco. « Quello? » disse. «È furbo, quello. È tanto furbo — è tanto malin — che ha seguito la sua sospetta fin in camera ». Sì, Clair era là.

Carné invece era fuori, nelle strade.

A Joinville c’è un ponte e ci sono strade che salgono e scendono, e le ventate fanno volare ogni cosa, pezzi di carta e foglie. C’è la ferrovia e quando arriva il treno da Parigi, sotto il sole, la gente si sparge per Joinville a sciami.

Un giorno sul treno vidi una ragazza vestita di blu, molto graziosa, molto francese, parigina, cioè elegante e arguta nel viso. Eravamo soli nello scompartimento, lei di fronte a me. Indossava una camicetta sotto la giacca turchina, molto corta. Siccome il caldo era soffocante, a un certo punto si tolse la giacca, restò in camicetta, e questa non solo era scollatissima ma trasparentissima; devo dirlo, sotto era nuda.

Mi sentivo imbarazzato, cercavo di evitare lo spettacolo per non dare l’impressione che proprio quello cercavo di guardare. Ma mi accorsi ben presto che lei, la ragazza, mi guardava e sorrideva del mio evidente imbarazzo. E più mi guardava più mi sentivo in impaccio, e più lei si mostrava, spudoratamente si mostrava, devo dirlo. Poi quando Dio volle arrivammo a Joinville. Io mi avviai per una strada, lei per un’altra. Il giorno dopo, nei teatri della Paramount, restai di stucco nel vedermela accanto ad uno degli attori, mio buon amico, un segretario sessantenne della Comoedie Francaise, che subito mi presentò la ragazza. « Une amie à moi » disse. « Verrà con noi a Nizza, per gli esterni », e la ragazza si sbottonò la giacca sorridendo. Si, Carné era là, siamo sinceri.

Michelangelo Antonioni, Marzo 1946
(immagine e testo archivio in penombra) 

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