Cinema, affare di famiglia

Eppure, nonostante il gran male che se ne è detto, il cinema italiano non era e non è un cattivo ragazzo. I giornalisti giunti da Milano per una rapida visita, erano propensi all’indignazione, e coglievano di Cinecittà soltanto il lato esibizionistico. Non sapevano che si trattava d’un esibizionismo ingenuo e modesto, singolarmente privo di pretese.

Il mondo cinematografico che viveva fra Cinecittà, il Plaza, ii Lungotevere Flaminio e i Parioli, era una grossa e pettegola famiglia alla buona. Una famiglia provinciale con ingenue velleità cosmopolite. Gli uomini si facevano chiamare tutti « commendatori », ma in compenso nessuno dava importanza a quel titolo, e gli iniziati sapevano perfettamente chi avesse il diritto di portarlo o no. Le donne invece, dovevano esser considerate tutte belle, e la gente accettava l’usanza, ma senza prenderla sul serio, perché ognuno era documentatissimo sui difetti di ogni diva, anche su quelli più intimi. « La tale ha le cosce magre, la talaltra sì fa imbottire i reggipetti ». Nomignoli scanzonati riportavano le dive al livello comune; una, potentissima e celeberrima, era « La panzona », l’altra, sulla quale una intera generazione di studenti sospirava in provincia, veniva generalmente indicata come « la febbre gialla ».

Tali soprannomi servivano a moralizzare l’ambiente, e non derivavano da cattiveria, bensì da una malignità quasi affettuosa. Il cinema non aveva segreti, si sapeva tutto di tutti; ognuno avrebbe potuto tracciarvi una lista aggiornata e completa degli amanti d’ogni più celebre diva. Si sapeva se un attore era stato infedele alla moglie durante la settimana in corso, se un produttore aveva firmato cambiali a vuoto, se un regista aveva pagato la rata del mobiliere, e questa generale conoscenza degli affari altrui serviva a unificare l’ambiente cinematografico, faceva sì che tutti si considerassero parenti.

Come in ogni famiglia, v’erano le antipatie e le invidie; ma vivevano di sorrisi e di cordialità, tanto che alla fine non si capiva quale differenza ci fosse fra un amico e un nemico. Anzi, era meglio essere invisi a una persona, perché le fregature erano quasi sempre serbate agli amici, con la scusa « che tanto quello non protesta ».

Quanti baci fra le dive; non potevano incontrarsi senza buttarsi le braccia al collo. Forse, abbracciandosi, si contavano a vicenda le rughe del collo, ma questo non conta, l’atmosfera rimaneva ‘caramellosa e fraterna. « Mariuccia è tanto cara! ». « Anna è un tesoro».

Erano sempre le stesse cinquanta donne che circolavano in uno spazio ristretto; quasi tutte avevano lavorato con ogni regista, litigato con ogni produttore. Si scambiavano le scritture e gli amanti, senza che ciò desse luogo a scenate o a fatti di sangue; alla fine di
questa ininterrotta circolazione, erano un po’ parenti davvero. Ognuna si credeva superiore alle altre, ma sapeva anche che le altre erano uguali a lei, maturate dalle sue stesse esperienze. Il primo giorno in cui un’attricetta giungeva a Cinecittà pilotando una macchina fuori serie, le dive si divertivano con maligne insinuazioni sull’origine di tale fortuna improvvisa. Ma poi quando le stesse dive si mettevano al volante della propria fuori-serie, ricordavano che anche quella era stata pagata col frutto di prestazioni straordinarie, e lasciavano perdere le malignità.

Sì, la vita cinematografica romana era placida e cordiale. In dieci anni non vi fu una sola novità vera; le generiche del 1936 erano le dive del 1940, i montatori o i segretari d’edizione o gli « aiuto » giungevano alla regia in compatte infornate, tranne quelli inguaribilmente cretini; e sembrava d’assistere a un passaggio di classe fra la terza e la quarta ginnasio; le stesse facce, tranne qualche privatista in più e qualche bocciato in meno. Tutti sapevano di poter contare su ognuno degli altri, nonostante le gelosie e le camarille. Non v’è esempio d’un solo attore estromesso dal cinema, d’un solo regista a cui l’incapacità impedisse di guadagnare, d’una sola diva che, nonostante gli insuccessi, si vedesse negare una scrittura. « Sì, è un cane, ma è nu bravo figlio », dicevano i produttori. La vita facile era madre d’indulgenza, In fondo, tutti sapevano che i film non erano affatto importanti; importante era avere una bella casa, un’ottima macchina, dei vestiti eleganti; quanto ai film, si rimediava sempre, alla mala parata c’era la frase « Vedrai che questo va in provincia », e metteva a posto tutto. I successi altrui riscuotevano moderate porzioni di invidia, perché ognuno poteva raccontare di successi proprii, e anche quando questi non esistevano la gente vi credeva ugualmente, così, per quieto vivere, perché c’era posto per tutti.

In fondo, il cinema fu l’ultimo mecenate. Produttori analfabeti firmavano vistosi assegni in favore di scrittori più o meno celebri, pur sapendo di firmarli inutilmente, perché i soggetti e le sceneggiature di quei signori non sarebbero mai servite ad altro che a imbottire gli armadi. Più il letterato era celebre, meno serviva, eppure tutti colsero la loro mela nel frutteto del cinema; poi se ne vendicarono dicendone male.

Una grande famiglia; e, adesso, una grande famiglia dispersa. Ci si incontra, a volte, e la nostalgia dei tempi grassi fa sembrar vere anche le amicizie che furono fittizie. « Ti ricordi questo, ti ricordi quello », dicono attori, attrici, registi, navigando a ritroso in un
mondo di favola che pure è stato per tanti anni il loro mondo.

Non dite troppo male del cinema italiano; di queste cinquecento persone che erano frivole, impreparate, talvolta immorali o disoneste; ma, nonostante tutto, hanno creato una cinematografia dove non esisteva, in pochi anni. Essi non credevano al proprio lavoro, ma questo lavoro, alla fine, si è imposto da solo: passando attraverso i telefoni bianchi e le commedie « comico-sentimentali » di Matarazzo, d’accordo. Ma ci son passati anche gli altri, e senza la cordialità della cinematografia nostra.

Adriano Baracco
Roma, Aprile 1945
(testo archivio in penombra)

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