Pantheon per Totò

Totò

Settembre 1951

Quando, con il passare degli anni, si saranno spenti gli echi delle risate travolgenti che scossero i fianchi di una generazione, quando gli attori comici del passato non saranno che pallide larve di nomi senza storia, quando i depositari di antichissimi titoli nobiliari saranno ricordati solo dagli studiosi di preistoria, ebbene, allora il nome di Antonio De Curtis, che in vita è più conosciuto come Totò, sarà conosciuto e apprezzato anche dai bimbetti che avranno appena cominciato a mordere il pane della scienza. Ci sono alcuni uomini, infatti, che a parte l’entità della loro opera ed il giudizio complessivo che di essa i posteri possono dare, hanno avuto una specie di dono divino: quello di conoscere bene i propri simili. Totò è fra questi. Ma a differenza della maggior parte di coloro che meritano di sedere accanto a lui in un ipotetico Pantheon e che hanno dovuto per meritare questo onore scrivere poemi lunghissimi o creare imperi o affrescare chilometri quadrati di muri o comporre decalogie, egli è riuscito a dire tutto in una piccola quartina, un piccolo schizzo su un album da disegno, con una inoffensiva scaramuccia, insomma con una sola « trovata ». Totò ha capito il popolo italiano dell’epoca nella quale egli vive ed ha espresso questa sua comprensione con i mezzi tecnici della rivista.

Al nostro popolo è stato assegnato da madre natura e dall’evolversi delle vicende storiche un clima eccellente, un paesaggio meraviglioso, una fame atavica, una ineguagliata esperienza di invasioni. Da tutto questo discende che oggi gli italiani sono divisi: da molte cose ma ne hanno due, fondamentali, che li uniscono a dispetto di tutte le differenze di classe, di ideologia politica, di censo, di regione, di attaccamento a quella o questa squadra, a Coppi o Bartali. Su due punti tutti ci sentiamo veramente fratelli: con perfetta sincronia il nostro sangue accelera la sua corsa, i nostri occhi si fanno più brillanti e ci sentiamo pronti ad affrontare lo avvenire ed a conquistarlo: la marcia dei bersaglieri e un bel pezzo di ragazza.

Totò, questo grande figlio di Napoli, la vera capitale morale d’Italia, ebbe un giorno l’intuizione suprema: la marcia dei bersaglieri eseguita da splendide ragazze svestite. È chiaro che dopo di questo sarà difficile dire qualcosa di nuovo: c’è tutto, dalla Controriforma alla presa di Porta Pia. È strano solo che i nostri più insigni storici non abbiano valutato l’importanza della cosa. Comunque non essendo questa la sede più adatta per approfondirla scientificamente, sarà bene passare ad un esame più tecnico della personalità di Totò.

La quale, come tutti sanno, è molto forte. Anche su questo piano mi sembra non si possa fare a meno di prendere in considerazione la base di massa di questa personalità, constatare cioè che le radici di questa sono ben affondate nella terra feconda del suo popolo e del suo pese. A pensarci bene, infatti, tutto il giuoco scenico, la mimica, la straordinaria comunicativa di Totò, possono venir spiegati solo in una maniera: essi sono le reazioni di un uomo comune a degli stimoli esterni. Totò esprime con una eccezionale immediatezza mimica queste reazioni: paura, desiderio, compassione, imbarazzo, pudore, disprezzo e così via. La immediatezza è tale che questi sentimenti vengono esposti senza essere stati prima sottoposti in nessun modo a trollo della volontà, il che è molto italiano e napoletano in special modo. Quando Totò ha paura, «ha paura» sul serio. È un istinto direi animalesco di sopravvivenza che viene mostrato senza alcun pudore e senza riflessione. C’è una scena di quella brutta cosa che è « Tototarzan », se non sbaglio, in cui Totò dovrebbe gettarsi da un aereo con il paracadute. Quello che è capace di fare in fatto di smorfie, di urli, di invocazioni, di aggrappamenti frenetici raggiunge il parossismo. Raggiunge quasi la commozione. È chiaro che egli in quel momento interpreta, con una evidenza addirittura psicanalitica, le sensazioni di tutte le persone ragionevoli che si trovassero in quella situazione. La caratteristica principale dell’attor comico, che consiste nell’offrire allo spettatore una sensazione di superiorità intellettuale nei propri riguardi, viene quindi approfondita da Totò. Egli offre addirittura la sensazione di appartenere ad una civiltà superiore, nella quale le forze dell’istinto vengono dominate dalla ragione. Nel caso citato è evidente che gli spettatori ridono perché « capiscono » la paura di Totò, ma dentro di loro sono anche convinti che saprebbero comportarsi più dignitosamente (1).

Così, ad esempio, quando egli appetisce una palesemente appetibile donzella, la sua reazione è istantanea e completa. Molto più rapida, cioè, di quella del pubblico maschile il quale vede interpretato inequivocabilmente il proprio pensiero e se ne sente, in un certo qual modo, liberato.

Totò, insomma, è un dermatologo eccezionale. Tutta quella zona dell’uomo che vive immediatamente sotto la sua pelle, ha trovato in lui uno studioso ed un illustratore veramente ineguagliabile. È un grave errore credere che Totò sia solo un mimo eccezionale; egli è molto di più e la pochezza dei film che interpreta e della maggioranza delle sue riviste, non devono trarre in inganno. In realtà in lui vive e si esprime il secolare intuito del nostro popolo e dei meridionali in specie, che permette di captare i pensieri e le sensazioni altrui molto prima di quanto possono farlo individui intellettualmente più raffinati. Questo non toglie che si provi rammarico nel vedere una forza di natura di tale potenza, venire impiegata quasi sempre in modo così superficiale. Basterebbe in fondo così poco per dargli la possibilità di approfondire ancora la propria ricerca, ancora più addentro della pelle umana, non solo esprimendo i sentimenti e le sensazioni di tutti, ma spiegandoli. Si può farlo con poco ma non commettendo l’errore che molti auspicano: che Totò «cambi». Al contrario egli non deve cambiare affatto, gli si deve solo indicare la direzione giusta. Qualche esempio di quello che egli può fare, quando le condizioni ambientali siano favorevoli, è presto ricordato: in rivista, ricordo ancora, l’acutissima interpretazione di un « gagà » e quella di Hitler reso senza truccatura speciale tranne i baffetti e con una strana redingote, un po’ lisa e ristretta, che stringeva il cuore. In cinema, più di tutto in Napoli milionaria, in quella bellissima passeggiata con Eduardo che è un pezzo da antologia. Ma sempre, anche nel film più idiota, qualcosa viene fuori.

In ogni caso Totò è e sarà nei secoli l’uomo che nel finale delle sue riviste fece eseguire la marcia dei bersaglieri da ragazze in «puntino ».

Sergio Sollima

(1) Un momento, caro Sollima: o non è piuttosto vero che ridono perché Totò interpreta (prendendosene su di sé le conseguenze, cioè il compatimento del pubblico anonimo) la paura di tutti, quella paura — però — che nessuno oserebbe confessare, tanto che vedendola in un altro, ride e tanto più clamorosamente ride quanto più se ne vergogna?

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