Uccidono l’indimenticabile cinema della nostra giovinezza

Il mago di Oz

Roma, settembre 1948

Ma siamo poi veramente sicuri che il pubblico cinematografico d’oggi voglia sempre, esclusivamente e imperiosamente soltanto film desunti da fatti di cronaca, dalle ultime della notte, dal caso accaduto al reduce tale, al poliziotto talaltro, al padre di famiglia o alla « vedova senza mezzi » di cui parlava il Corriere l’altro ieri?

I produttori ne sono sicuri. E non sta certamente a noi il contraddirli. A noi che, dovendo acquistare un cappotto per l’imminente inverno e dovendo far sturare il lavandino di cucina nonché pagare un trimestre telefonico, spiamo giorno e notte la cronaca dei giornali affinché un’aggressione notturna o una « intera famiglia sfollata, avvelenata dai funghi » possa darci uno spunto autentico onde vendere un soggetto originale a qualche prodigo e coraggioso realizzatore di pellicole nazionali.

Però indossato il nuovo cappotto, pagato il telefono ed eliminato il pericolo di allagamento in cucina, non obbligateci, una volta tanto, a spendere il danaro rimanente andando a vedere un film che ci ripropone gli squallidi casi per dimenticare i quali avevamo acquistato il biglietto: casi di altra gente imbarazzata proprio per dover acquistare un cappotto, per poter pagare il telefono o lo stagnino.

Lasciateci sonnecchiare su una poltrona a sognare il vecchio cinema di una volta, quando le trame dei film erano davvero sensazionali, avvincenti. affascinanti, insolite, come avvertiva il cartellone appiccicato accanto alla porta d’ingresso.

E a causa di ciò che in certi momenti finiamo perfino per odiare le attrici « veramente tanto brave », le Greer Garson, le Joan Crawford e le Paule Wessely, quelle infinitamente abili nel rendere i « piccoli fatti quotidiani » le cesellatrici del dubbio amoroso avuto nel sorbire una tazza di tè o dell’angoscia – appena – accennata – con – un – lieve – tremar – di – labbra alla partenza di un treno.

Presto, leghiamole almeno per un annetto, immobilizziamole o, pistola alla mano, obblighiamole a prendere parte a film anti-quotidiani e sfrenatamente fantasiosi come Metropolis, Il ladro di Bagdad o Preferisco l’ascensore, perché sono loro, le Impareggiabili, che hanno ucciso l’indimenticabile cinema-cinema della nostra giovinezza, il cinema dell’Imprevisto, dei razzi siderali, dello Spettacoloso, del testamento del dottor Mabuse e degli audaci che si gettavano, in piena corsa, dal tetto di un treno sul tetto di una automobile.

Noi oggi daremmo cento scintillanti commedie erotico-matrimoniali interpretate da Loretta Young per un salto mortale di Douglas Senior.

Siamo fatti così.

Intendiamoci. Se noi vivessimo in uno strano mondo popolato di Zorro, di Maghi di Oz, di avvenimenti sorprendenti, di commendatori volanti che ti entrano con grazia dalla finestra aperta e — planando abilmente — ti offrono un posto, allora saremmo più che disposti ad andare al cinema per restare incantati da drammatiche storie di disoccupati e da conflitti psicologici tra reduci e « segnorine ».

Insomma, il giorno in cui in tram troverò Frankenstein e in cui dietro lo sportello delle tasse troverò il dottor Jekyll, allora correrò per reazione a gustare film del tipo Il mistero del Commissario degli Alloggi oppure Tombolo, pineta chiusa.


Ma i produttori non la pensano così e senza fallo domattina ci troveremo tutti all’Umbra-Film a proporre una tormentata e audace storia d’amore ambientata sullo sfondo del Piano Fanfani le cui situazioni drammatiche culmineranno durante una « retata » di borsari neri di sigarette o durante una riunione dell’ERP.

Perché l’inverno avanza, i cappotti servono e — al contrario delle ciliegie di quei famosi messaggi speciali — le fantasie non sono mature.

Stefano Vanzina

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