Surrogati di cinema

Milano, settembre 1946

Il signor Pietro andò al cinema. Vide un film talmente bello che uscì entusiasmato. Ne parlò alla moglie, ne parlò agli amici, e decise di associarsi ad una casa cinematografica, la « Magis », autonominandosene direttore generale. Fino allora. aveva venduto sputacchiere a pedale, non poteva considerarsi un vero e proprio industriale cinematografico, ma era pratico d’affari, maneggione; insomma, rappresentava un discreto surrogato,

Il direttore Pietro riunì il proprio stato maggiore, per la scelta del soggetto. La « Magis » aveva in visione una cinquantina di soggetti; le mogli, le sorelle, le zie dei dirigenti li avevano letti accuratamente, e ognuna d’esse s’era innamorata d’un soggetto diverso. Per mantenere la pace in famiglia, il direttore Pietro decise che nessuno di quei lavori sarebbe stato realizzat

— Sono cosette rischiose, — disse; — non hanno d’autorità d’un nome e d’un titolo conosciuto. Meglio cercare un bel romanzo o una bella commedia.

I componenti dello stato maggiore avanzarono le loro proposte. Si trattava di brave persone, che consideravano talmente avventuroso il leggere un libro, da evitare il ripetersi dell’avventura. E ognuno aveva l’impressione che i tre libri da lui letti nella sua vita, fossero perfettamente adatti a una riduzione cinematografica. Vagliarono, discussero; le zie e le mogli lessero i libri proposti, e finalmente il soggetto venne scelto. Cioè, non era un soggetto, trattandosi d’un romanzo; ma, in complesso, rappresentava un buon surrogato di soggetto.

A questo punto il direttore Pietro cercò il regista. Avrebbe voluto Camerini o Blasetti o Soldati, un buon regista, insomma, sicuro, a cui affidarsi fiduciosamente. Ma quei buoni registi sicuri, erano impegnati per alcuni decenni. E allora il direttore Pietro ripiegò su uno di quei registi che sono sempre liberi perché fanno un film al mese, tranne nei mesi di Natale e Ferragosto, in cui ne fanno due. L’interpellato accettò l’incarico. e si fece dare un anticipo. Non era proprio il regista ideale; non era neppure un regista, forse, ma un ottimo surrogato, questo sì.

Discussero la sceneggiatura. Sarebbero occorsi degli sceneggiatori veri e proprii, ma dove erano? Chiusi nelle loro ville sul mare, lavoravano istericamente, e avevano impegni fino al 1978. Però il regista conosceva due bravi ragazzi che gli avevano fatto molte commissioni e che lo chiamavano « commendatore ». Proprio bravi, uno possedeva anche il diploma di licenza tecnica, e andava al cinema ogni sera. Non si trattava di sceneggiatori perfetti, ma come surrogati andavano egregiamente. La « Magis » affittò una camera in un albergo del centro, il regista e gli sceneggiatori vi andarono a raccontarsi storielle. Dopo un mese la sceneggiatura fu pronta. Zoppicava qua e là, ma il regista non aveva preoccupazioni. « Il film si fa in teatro — diceva — a me basta avere una traccia da seguire, poi, davanti alla macchina… ». E anche quel surrogato di sceneggiatura serviva ottimamente,

La distribuzione, si sa, è un problema arduo. Per la parte del protagonista maschile, tutti furono concordi nel ritenere adattissimo Amedeo Nazzari, per quella della protagonista femminile, non v’era alcun dubbio che Alida Valli sarebbe andata perfettamente. Inseguiti per telefono, radio e piccioni viaggiatori, Nazzari e la Valli dissero che erano spiacenti, ma il loro contratto, scadeva nel 1994.

Il direttore Pietro sfogliò la Cineguida, telefonò, interrogò, scrisse e qualche cosa ottenne. Nazzari non lo si poteva avere, ma Bragaglia sì. La Valli era impegnata, ma Rosina Anselmi era libera. Bene o male i dieci artisti necessari furono reclutati; non erano artisti veri e proprii, questo no, ma come surrogati andavano bene.

Finalmente il surrogato di direttore generale diede il via al surrogato di regista, che andò in teatro con quel surrogato di sceneggiatura tratto da un surrogato di soggetto. I surrogati d’attori cominciarono a lavorare, fotografati da un surrogato d’operatore. E dopo due mesi, il film fu pronto montato mixato chiuso nelle scatole tonde.

Allera la moglie del direttore Pietro se lo fece proiettare, in visione privata. Lo vide tutto, eroicamente, in pensoso silenzio.

Dopo la parola fine si alzò, avviandosi alla porta.

— Bene, — disse dopo un po’; — non capisco proprio che cosa trovi di interessante nel cinema la gente che ci va tutte le sere.

Adriano Baracco

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