Triste favola vera di Isolina Cipriani

Isolina Cipriani
Isolina Cipriani

Voi certamente già saprete quel che è accaduto alla povera Isolina: ne hanno parlato i Quotidiani, del suo suicidio, con quel tanto di freddezza e di indignazione commista a pietà con cui i cronisti riportano fatti del genere. A me toccò, per caso, di essere presente all’inizio di questa storia ben pietosa.

Iniziò poco più di un mese fa, alla « Concordia », una trattoria di Via della Croce, frequentata da artisti e « cinematografari », dove non mancano di far una visita i turisti stranieri, attirati da quel tanto di bohemien che vi aleggia. Era la sera del 28 agosto; e, come sempre, attorno ai tavoli sedeva la solita folla eterogenea e allegra, illusa e spensierata.

Ad uno di quei tavoli c’era anche Isolina: una bella ragazza di diciassette anni, dagli occhi buoni e trasognati, dai lunghi capelli d’un biondo scuro, con un non so ché di furbo e di malizioso nei lineamenti del suo volto ancora pur tanto ingenuo. La vita precedente di
Isolina non era stata bella né facile. Era nata in un piccolo paese dell’Abruzzo, Amatrice; e presto si era trasferita con la madre in un paese ancor più piccolo e monotono, Frusinate. Doveva essere una di quelle ragazze che leggono avidamente i « giornali a fumetti », che al cinema vanno per sognare su impossibili amori e su irraggiungibili esistenze dorate, lo si capiva al volo. E presto, quel vago desiderio aveva assunto in lei corpo, sostanza: evadere, cercare altrove la felicità. Isolina era tentata dal fascino della grande città, era ancor più tentata dal cinema.

A Roma, si recò da alcuni parenti: uno zio che ha un negozio di tappeti in Viale Parioli, al centro del quartiere più elegante e più raffinato. Là vide per la prima volta i «divi», le «stelle»: li conobbe nel loro aspetto più esteriore, più inumano, di gingilli costosissimi: non seppe delle loro miserie, delle loro preoccupazioni, delle loro traversie di comuni mortali. E, in Isolina, si fece ancor più profonda la decisione di diventare anche lei un’attrice.

Non è facile, diventare attrice. Ma Isolina era anche decisa, coraggiosa. Quando, dovette lasciare la casa dello zio, accettò un posto di cameriera presso una famiglia di un ufficiale di Marina, nella stessa strada in cui era ospite: Via Manfredi. Ma voleva diventare un’attrice. Cominciò a frequentare le strade eleganti, a cercare di avvicinare la gente del cinema, a vagare da un teatro di posa all’altro in cerca di un provino, di una scrittura.

Isolina — lo abbiamo detto — era un bel «tipo»; e furono in molti ad essere attirati da lei. In breve, il suo volto divenne uno di quelli che «si incontrano spesso »; ebbe successo. Un successo modestissimo, tuttavia: Isolina si manteneva riservata, e sebbene si sentisse osservata, sebbene molti, anche personalità illustri, mostrassero chiaramente il desiderio di conoscerla; sebbene lei non desiderasse che di avvicinare i suoi beniamini, non riusciva a « prendere l’iniziativa »: probabilmente, lei, povera, bella ragazza provinciale lanciata in un mondo non suo, diventava timida ora che ciò che aveva sognato poteva esser suo. E le sue amicizie non erano illustri: qualche giornalista, qualche fotografo, persone che lavorano e vivono ai margini del cinema, nel quale però l’avrebbero potuta introdurre.

Quella sera, alla « Concordia », era appunto in compagnia del titolare di una agenzia fotografica di Piazza Barberini. Lui le mostrava le fotografie. che le aveva appena fatto, belle fotografie davvero; il suo volto era fotogenico e espressivo, la cornice dei capelli biondi metteva in risalto i suoi occhi scuri, le sue labbra ben tagliate che a volte assumevano dei tratti amari e pensosi. Perciò Isolina era allegra: in quelle fotografie si vedeva quale sperava di diventare in pochi mesi, bella, ammirata, corteggiata; e questo forse la spingeva a ricambiare gli sguardi di alcuni cineasti, approfittando delle disattenzioni del suo accompagnatore; a fare un inabile tentativo per parlare ad uno di quelli, un regista che si mostrava più audace degli altri.

Io, quella sera, ero ad un tavolo accanto al suo, e la osservavo: una povera bella ragazza, troppo illusa e troppo allettata da un impossibile miraggio, facile preda di tutti gli egoismi, di tutte le vanterie, di tutte le promesse. Dopo un’ora, la ritrovai a Via Veneto, allo «Strega »: era ancora con il suo accompagnatore, in un tavolo circondato da altri tavoli, in cui ridevano, scherzavano, si divertivano gli « arrivati ». Lei, Isolina, non aveva occhi per tutti, era affascinata da quei nomi che lei ben conosceva, era lusingata dal fatto che tutti le rivolgessero uno sguardo, un sorriso. Anche lei sarebbe diventata una grande attrice, ne era sicura; quella sera, era decisa a tutto; e, forse per la prima volta, non reclinava gli occhi di fronte a quegli sguardi, ma li ricambiava, sorridente.

Quella sera Isolina si faceva davvero notare; e fra i vari cineasti si era ingaggiata una scherzosa gara a chi poteva conoscerla per primo. Alessandrini era fra quelli; e quando si liberò il tavolo vicino ad Isolina, approfittò della coincidenza. A far « attaccare discorso» ai due, fu il cane del regista, un grosso e simpatico barbone nero che vagava di tavolo in tavolo, e che a un certo punto si fermò ad annusare la ragazza. Il regista e la ragazza rimasero così a chiacchierare a lungo, senza curarsi del paziente fotografo. Quando quest’ultimo si alzò, Isolina salutò Alessandrini con un « arrivederci»; passando dinanzi a un altro tavolo, sussurrò un « ciao » al regista della « Concordia », capitato anche lui a Via Veneto, come è obbligo. E con un vago senso di pena, feci dentro di me l’abusato paragone della falena che si è bruciata le ali: ormai si era gettata nella ragnatela: non sarebbe più riuscita a districarsi. Desiderava il successo; ora, Isolina era sicura di averlo nel pugno: ma sarebbero finite, per lei, le illusioni, le disillusioni? La incontrai per la terza volta una mezz’ora dopo: e mi fece scrollare la testa quel portone di Piazza Barberini che si dischiudeva dietro di lei ed il suo accompagnatore.

Ma Isolina continuò a pensare al regista che aveva appena conosciuto. Si rividero, Alessandrini si mostrò ancora cortese con lei; divenne il suo protettore. La fece trasferire alla Pensione Patti, proprio nel punto più bello di Via Veneto. E qui di quando in quando raggiungeva Alessandrini, appena questi le telefonava. Isolina rimase incantata dal regista, dalle sue cortesie; e sperava nel suo interessamento per realizzare il suo sogno più grande: del resto, Alessandrini le aveva promesso che presto le avrebbe dato la parte principale in un suo film, in cui avrebbe raccontato la storia della ragazza.

Ma organizzare un film non è una cosa facile, anche se si è Alessandrini, e anche se si ha davvero l’intenzione di farlo. Così, quando mi capitò ancora una volta di incontrare Isolina, fu a Cinecittà, dove lei era riuscita ad ottenere una modestissima particina come comparsa nel Quo Vadis?, I due continuavano a vedersi; il regista spesso passava a prenderla allo « Strega »; e lei, che trascorreva quasi tutto il giorno nella cameretta della sua pensione, recitando allo specchio, era sempre pronta a correre giù non appena le giungeva una di quelle tanto attese telefonate. Lo avrete capito, la cosa non è nuova: da quell’incontro casuale, forse scherzoso da una parte, forse interessato dall’altra, nel cuore della povera fanciulla diciassettenne si era incuneato, come uno spillo velenoso, un amore irragionevole, passionale, morboso per il suo« Goffredo».

E questo nome — Goffredo — ripeteva ancora, con disperazione, con accoramento, invocando di vederlo ancora una volta, quando Federico Fecchi — il portiere dello stabile di Via Veneto 155, in cui è la pensione Trapani, dove Isolina si era trasferita quando con un pretesto era stata quasi messa alla porta dalla signora Patti — la raccolse sanguinante, con le gambe spezzate, nel cortile in cui Isolina si era gettata da una finestra del quinto piano, in quel tragico primo pomeriggio del 25 settembre.

Poche ora prima di compiere quel gesto folle quanto il suo amore, Isolina aveva rivisto il regista. È facile presumere come andò il colloquio.

Dall’inchiesta è risultato che anche il giorno prima Isolina aveva tentato di suicidarsi, prendendo una forte dose di Veronal: ma non abbastanza forte per ucciderla, appena sufficiente per farla dormire molte ore profondamente. Ma cinque piani non perdonano. Dopo sette ore e mezzo di agonia, durante le quali ebbe soltanto pochi momenti di lucidità in cui invocò nuovamente il suo Goffredo e implorò perdono da Regina, la donna che Alessandrini sposerà appena ottenuto il divorzio, e che era tornata a Roma, da pochissimi giorni, Isolina chiuse la sua triste esistenza, alle 21,30, in una corsia del Policlinico.

Scusatemi, cari amici, se oggi in queste pagine — destinate a raccontare fatti e notizie di tutt’altro genere, che sempre cercano di essere allegre, informative — vi ho raccontato questa melanconica favola vera: la favola di una povera ragazza illusa dal cinema, disillusa dalla vita; illusa dall’’apparenza, disillusa dalla sostanza. Scusatemi, cari amici, se vi ho raccontato questo.

Ma vorrei che, su questo brutto episodio di cronaca nera, vi soffermaste a meditare per qualche secondo, per cercarne da voi la morale che c’è in ogni favola.

Vorrei che i cineasti inviassero con me un tenero, pietoso saluto a questa vittima del loro mondo dorato; che si rendessero conto del pericolo di quelle armi di fascino, di abbagliamento, di illusione, di promesse che il loro mestiere mette nelle loro mani contro ragazze ingenue e sognatrici, come in fondo Isolina non era altro: vorrei che ora essi dimostrassero un maggior senso di umanità, rinunciando a quelle armi, mettendo in guardia contro quelle armi; vorrei che anche in questo aspetto del loro lavoro si dimostrassero tutti più seri, più responsabili: tanto più che le « avventure » che ne possono ricavare non sono mai divertenti.

Vorrei che tutte le bambine — che in fondo, giovanissime o già adulte, non sono altro che bambine quelle che si lasciano trasportare dal sogno del cinema — meditassero anch’esse sulla tragedia di Isolina; che si convincessero che, soprattutto quando si ha un bel corpo, un bel viso, non è facile la strada del cinema, ma è anzi costellata di lacrime, piena di disillusioni, di sacrifici, di tragedie; e che comunque non è mai quella scelta da Isolina la strada più agevole; se mai, se si sente il cinema come una passione, se si crede nelle proprie capacità, al cinema bisogna giungervi attraverso la strada della serietà, quella che passa soltanto attraverso i faticosi anni di tirocinio nelle scuole drammatiche.

Questo, vorrei, cari amici; e per questo vi ho raccontato la triste favola, che spero nessuno debba mai più raccontare.

Gianni Padoan

Roma, ottobre 1950

2 thoughts

  1. Storia triste, non l’unica, temo, quando il cinema sembrava una scorciatoia per affermarsi a molte ragazze di paese. Credo che un po’ di responsabilità sia anche da ricercare fra quei giornalisti che hanno strombazzato le belle storie di attrici che, in casi rarissimi, erano riuscite a farcela. non solo perché erano belle.

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