Paisà

Paisà di Roberto Rossellini

Il cinema italiano è a una svolta decisiva: o trova la sua via o non se ne parlerà più per molto tempo. Nella caotica situazione della nostra industria, dei nostri teatri di posa, un fermento ancora vago serpeggia. Se tiriamo le somme di questi ultimi due anni di lavoro, contro un passivo enorme, di film sbagliati, di film messi in cantiere per pura speculazione e portati a termine con una faccia tosta da borsanerista, ben poco rimane nell’altro piatto della bilancia: « Roma città aperta », « Sciuscià », «Le miserie del signor Travet », «Il bandito », «Il sole sorge ancora », « Paisà », oltre a brani di film poco riusciti nell’assieme, seppure su una buona strada

Questi titoli allineati rappresentano i generi più disparati, eppure una comune intenzione li distingue: l’aderenza a situazioni nostre, l’ispirazione locale, un certo saper vedere cose italiane che erano sfuggite in tanti e tanti film usciti da Cinecittà. In questo sforzo, la palma spetta senz’altro a Rossellini.

Roberto Rossellini è un documentarista. Già nei suoi film realizzati durante la guerra, egli s’era servito esclusivamente di attori e ambienti veri, presi sul posto. Il suo sforzo era passato quasi inosservato tra la pompa ufficiale, il gesso e le parrucche, gli abiti da sera e i brillanti primi attori del mondo cinematografico romano. Non è a caso ch’egli sia diventato di colpo l’uomo del giorno, nel campo del cinema, dopo la liberazione.

Il nostro cinema manca di architetti, difetto gravissimo, perché probabilmente né René Clair avrebbe realizzato i suoi migliori film senza Meerson, né Carné senza Traunier. I nostri costumisti, i nostri arredatori sono espertissimi interpreti di ogni sfumatura ottocentesca, ma non hanno ancora appreso a osservare un interno di casa contadina, o anche soltanto piccolo borghese. V’è di più: in Italia non ci sono « storie » da raccontare. Il teatro della nostra vita oscilla tra l’imitazione di una letteratura nostrana ancora molte volte aulica, o straniera, importata e copiata malamente, e la cronaca. Rossellini, e De Sica, hanno scelto la cronaca. Hanno capito ch’era questo l’unico punto sul quale il cinema potesse sicuramente costruire. C’è da cogliere in Italia una vita che sfugge ai poeti. I nostri interpreti di film parleranno difficilmente italiano, piuttosto dialetto, o certo una lingua che varia da regione a regione. Le loro gesta sono sobrie, quasi primitive, e le loro passioni tutte d’un pezzo. A differenza di altre società europee manca in Italia un costume comune a tutta la vita nazionale. Tra la gente di campagna e l’operaio, tra l’operaio e colui che per il modo di vestire si autodefinisce borghese, corrono differenze che hanno radici lontane, manca il metro comune, e una certa affinità si può cogliere soltanto tralasciando la patina degli uni o degli altri per arrivare, attraverso la brutalità propria della cronaca, a sentimenti e modi che oggettivamente sono l’Italia.

« Paisà » è una grande rassegna dell’italiano attraverso il procedere della guerra, quasi una spietata indagine che con crudele lentezza ha risalito tutta la penisola. Con la sua « troupe » Rossellini ha rifatto il suo cammino, dalia Sicilia alle foci del Po, cercando di tracciare ad ogni sosta una sintesi di quanto la guerra aveva scavato negli animi. E Rossellini ha fatto un grande film appunto perché ha lasciato da parte ogni canone abituale dell’arte cinematografica, ogni regola astratta, convinto che il miglior spettacolo sia sempre la vita.

Luigi Comencini

Milano, Novembre 1946

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