È difficile il cammino della speranza

Raf Vallone, Elena Varzi
Raf Vallone, Elena Varzi in una scena del film Il cammino della speranza di Pietro Germi

Per la seconda volta l’ambiente cinematografico è stato messo a rumore da un film di Pietro Germi: due anni fa si trattava di Gioventù perduta, oggi è la volta del Cammino della speranza, bloccato in censura e messo in castigo dal Comitato tecnico ministeriale che gli ha negato la concessione del rimborso del 18% di tassa erariale, mettendolo sul piano dei Pompieri di Viggiù e di Botta e risposta, a dispetto del giudizio unanime di critici e registi che hanno già visto il film. Ora le cose sono a questo punto: dopo il colpo mancino del Comitato tecnico — di cui purtroppo, fanno parte anche due nostri colleghi — la Censura ha « consigliato » una serie di tagli da apportare al film, condizionandoli al rilascio del nulla osta di libera circolazione.

Pietro Germi ha ritenuto che i tagli suggeriti avrebbero nuociuto al racconto e si è rifiutato di sottostare all’ imposizione; giornalisti e registi sono stati invitati a vedere il film in privato e gli hanno dato ragione, decisi a spalleggiarlo fino all’ultima goccia d’inchiostro. Se Il Cammino della speranza ha avuto un esordio difficile, ancora più difficile sarà per i censori discolparsi, non solo coi cinematografari e coi critici, ma di fronte all’opinione pubblica. La faccenda è già uscita dall’ambiente ristretto dei tecnici e degli interessati; ne hanno parlato sui giornali Marinucci, Dentice e Ojetti; ne ha parlato la Agenzia Campolungo, se ne parla un po’ dappertutto e quelli che erano soltanto dei consigli pronunziati sottovoce, hanno adesso assunto le proporzioni di un urlo di protesta che non è facile contenere nei corridoi di via Veneto e delle case cinematografiche. Ora il pubblico sa che Germi sta per essere vittima di un’ingiustizia e, anche se pochi hanno visto il film, sono molti coloro che chiedono un’onorevole ammenda.

Che cosa dice Germi nel Cammino della speranza? Che cosa ha fatto per imbizzarrire l’asino della Censura? Quelli che hanno visto il film dicono che si sono soltanto commossi seguendo la dolorosa vicenda dei « Terroni », di questa razza di contadini affamati che percorrono le vie d’Italia e del mondo alla ricerca di un lavoro, di un pezzo di pane, di una casa, di un’esistenza. migliore, insomma. Nel loro lungo cammino attraverso la penisola, questi apostoli della miseria — che sono stati vittima di una truffa, giacché qualcuno ha loro promesso di farli emigrare clandestinamente in Francia e si è poi « squagliato » col loro danaro e con le loro speranze — questi apostoli della miseria, dunque, partiti dalla Sicilia, vagano da un commissariato di P. S. a una agenzia di viaggi, da una misera locanda a una fattoria del Nord e chiedono giustizia e pane; non sempre ne trovano: una volta è un distratto funzionario di polizia che li mette alla porta, un’altra volta sono i « compagni » del nord che li prendono a calci e a sassate perché si sono trasformati in crumiri per sfamarsi. Tutti qui i motivi che hanno indispettito la Censura, come se non fosse possibile, in Italia, imbattersi in funzionari distratti e in lavoratori incoscienti. Perché mai Germi dovrebbe tagliuzzare il suo film? Il guaio è che il compito di censori viene affidato a persone che hanno una benda sugli occhi, persone che non vedono molto lontano e s’impuntano appena sentono un piccolo rumore, nel timore che quel rumore, quella protesta, possano dispiacere a chi sta in alto. E spesso accade che chi sta in alto non si avvede nemmeno di essere disturbato.

Ora la stampa romana è insorta contro la Censura, in difesa del film di Germi; i censori stanno correndo ai ripari. Molto probabilmente Germi vincerà la sua battaglia, perché la faccenda, oltre che sulla stampa sarà trascinata in Parlamento. E allora, ci si domanda perché mai i censori non si sono controllati? Perché mai hanno ingaggiato una battaglia contro la logica? Forse per dare la dimostrazione che sono degli incompetenti? Se è stato questo, continuino pure a rompere le scatole e ad imitare vecchi e superati sistemi: chi rompe paga e, naturalmente, i cocci sono suoi.

Italo Dragosei

Milano, Novembre 1950

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