Fraterna rivalità

Tra i due fratelli sta di mezzo la lunghezza di tre strade, corso Vittorio Emanuele, via Mercanti e via Dante; una distanza che con un po’ di buona volontà si potrebbe superare, camminando di rapido passo, in una decina di minuti; eppure il velario della nebbia, l’umanità e le macchine turbinanti nelle vie la fanno in certi momenti sembrare grandissima. La sera, verso le dieci, quando l’animazione della città cade e la folla in giro è stata già inghiottita da teatri, cinema e ritrovi, quando uno dei due fratelli, sul palcoscenico del Nuovo, siede sconsolato nel suo polveroso magazzino di « apparatore» in un vicolo di Napoli e l’altro fratello, sul palcoscenico dell’Olimpia, siede altrettanto sconsolato nel suo miserando negozietto di musica in un altro vicolo di Napoli (forse a due passi dal primo, senza che se lo immaginino) questa distanza si ingrandisce ancora di più, come se Eduardo e Peppino De Filippo recitassero in due Stati diversi, stranieri l’uno all’altro e probabilmente nemici. Perché? Nel ridotto del Nuovo, dove c’è Eduardo, si parla di Peppino, nel ridotto dell’Olimpia, dove c’è Peppino, si parla di Eduardo. Perché questa ostinata separazione? Non c’è dunque più rimedio? Tutti naturalmente sono informatissimi, tutti conoscono qualcuno che è intimo di Eduardo, o di Peppino, o di Titina (ora lontana dalle scene per motivi di salute), non esiste discrezione di fronte alle vicende familiari altrui quando si tratta di personaggi popolari e amati come i De Filippo.

« Questione soprattutto di orgoglio » dice uno di questi bene informati. A un certo punto ciascuno dei due è diventato insofferente. Peppino per esempio trovava qualcosa da dire sulle commedie di Eduardo e Eduardo se la prendeva. Eduardo trovava da dire sulle improvvisazioni di Peppino e sulle sue rettifiche ai copioni, ma Peppino non era disposto a cambiare sistema. Peppino non studiava le parti, le ricreava di sana pianta lì per lì, a suo talento, e Eduardo non era disposto a sopportarlo… Su questa strada, si capisce, è bastato poi un pretesto qualsiasi perché si aprisse la crisi… » « E non si vedono più? È vero che ormai si odiano? » « So che l’altro giorno Peppino ha incontrato Eduardo, ma erano per la strada, da lontano, si sono appena visti…» « È inutile, avevano ciascuno troppa personalità per poter andare d’accordo. E poi guai, tra fratelli, quando si comincia… Anche nella mia famiglia…» « Lo sai? Appena arrivato a Milano, Peppino ha subito domandato: A quanto le mette le poltrone Eduardo? Settecento lire, gli hanno risposto. Allora settecento lire anche da me, ha detto Peppino ». « Eh, fanno esauriti tuti e due, non c’è che dire, però è stato un gran sbaglio. Meno male Eduardo, ha avuto l’abilità di mettere su una compagnia in gamba, ci sono parecchi elementi buoni, i suoi spettacoli riescono omogenei… Peppino invece… » « Perché? dici che Peppino si è circondato di cani? » « Non voglio dire cani, se la cavano, ma certo gli stanno molto di sotto. E poi non è più una compagnia dialettale, di napoletano non c’è più che lui. Che succede allora? Succede che lui stesso resta inceppato, non può più abbandonarsi all’estro come prima…

Se lui inventa al momento una battuta — era questa la sua più bella specialità — gli altri restano là come delle mummie. I vecchi comici napoletani, quelli sì invece, trovavano subito la risposta giusta… » « Ma lui, personalmente, Peppino, tu lo conosci? » « Oh, è un tipo malinconico, se c’è gente che non conosce bene non sa dire una parola. Si dice: Eduardo è tragico, Peppino è comico, eppure guardalo bene, osserva la sua faccia mentre recita, capisci che dev’essere un uomo pieno di tristezza… » « Già, è vero, anche a me pareva. Però una volta era diverso, ti ricordi? Adesso anche nelle farse ha come un fondo amaro, a me anzi piace più di prima… » « Lo stesso che è capitato a Charlot. E non dico Charlot a caso, perché… » «Sappiamo, sappiamo. » « Certo è un peccato. (Il dialogo si svolge nell’atrio dell’Olimpia). Bisognava sentire quest’atto qui, Aria paesana, quando lo davano tutti e tre i fratelli, non c’è da far neanche il paragone, sembrava Cecov… Adesso c’è lui, Peppino, nella parte dello zio, non c’è che dire, bravissimo, d’accordo, geniale, commovente. Ma gli altri? La figura del nipote, per esempio, avessi visto che cosa sapeva cavarne fuori lo stesso Peppino… E la zia? Era irresistibile Titina…» «Ma questo nuovo atto di stasera, Commissario di notturna, sai che cosa sia? » «No, non so, ma probabilmente starà in piedi, ho saputo che Grassi l’ha scritto apposta per lui, Peppino. E Grassi sa il suo mestiere. Si può star tranquilli ».

Ed era vero, benché Commissario di notturna non sia di certo la scoperta dell’America. Siamo nel sottoregno della farsa: Peppino, commissario di polizia, cerca invano di telefonare, alle quattro di notte, alla sua amante, una signora che ha il marito assente. Possibile che non risponda? Ha l’apparecchio sul comodino, anche se si fosse addormentata, il campanello dovrebbe pur svegliarla. Che si sia sentita male? Inquieto, Peppino decide di andare a vedere. « Presto, la jeep! » Ma in quel mentre piomba un grosso signore furibondo. Tornato da un lungo viaggio, non ha trovato più la moglie a casa. Solo due righe su un pezzo di carta: « Perdonami ma non posso più resistere, io fuggo dal mio amore…» Querela dunque per adulterio, richiesta di un immediato sopralluogo in casa de! seduttore, Occorre aggiungere che il commissario ben presto capisce che l’adultera è proprio Ida, la sua amante? e allora, immaginando che la donna si sia venuta a rifugiare nel proprio appartamento, cerca di dissuadere il marito dal far scandalo? ma poi scopre che Ida è fuggita invece in casa di un terzo, un gagà senza scrupoli, a lui sconosciuto? cosicché i traditi sono due, il marito e lui, amante per così dire di primo grado? Facile immaginare il gioco scenico che ne deriva, i malintesi, i doppi sensi, le allusioni non capite, i pretesti, le astuzie del commissario, ora desideroso più che il marito di una azione a fondo. Gioco che tocca il massimo quando i due adulteri, arrestati, vengono introdotti nell’ufficio. Meno facile descrivere le risorse comiche di Peppino; offrirgli una situazione simile era come invitarlo a nozze. Ragione per cui lo spettatore che si voltava indietro non vedeva altro, fin dove il bianco riverbero della ribalta si perdeva nel buio dell’ultima platea, non vedeva che uno schieramento di facce, compatto e rigorosamente unanime, con le bocche spalancate. Per quanto si cercasse, uomini, donne, bambini, vecchi, impossibile trovare uno che fosse capace di non ridere.

Dino Buzzati

Milano, gennaio 1949

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