Assia Noris tra una scena e l’altra

Assia Noris 1937

Assia Noris irrompe nel camerino col suo più bel sorriso; una piccola nuvola bionda con una camicetta a a palline rosse ed un paio di pantaloni grigi. Assia ha finito or ora di girare una scena di « Allegri Masnadieri » e deve provvedere a rinnovare il trucco sul suo visetto alterato dalle luci e dal calore. Miller è lì pronto con i suoi cosmetici, rassegnato ai rimbrotti e alle grida di Assia se il truccaggio non l’aggrada. La bionda attrice mi volge le spalle e il nostro cordiale colloquio si svolge con la complicità di un grande specchio compiacente attraverso il quale posso scorgere il suo volto sempre atteggiato al più aperto sorriso e i suoi grandi occhi azzurri chiusi nel recinto delle ciglia che Miller va ritoccando con sapiente cura. Assia è felice; felice perché lavora, perché è entusiasta del cinematografo.

« E pensare che quando venni in Italia cinque anni or sono non avrei mai immaginato di diventare attrice; invece… Fu Peppino Amato che volle io facessi per lui una particina in francese. Sembra che il risultato sia stato buono poiché da allora non ho più smesso di fare dei film. Debuttai ne « La Signorina dell’Autobus » nelle versioni italiana e francese e poi… quanti ne ho girati non saprei più. So solamente che in « Nina no far la stupida », del quale devo ancora girare alcune scene a Venezia, ho lavorato con tanta gioia; il film è divertente, vario, brillante e Malasomma è bravissimo; sotto la sua direzione si lavora veramente bene ».

« Progetti per l’avvenire? ».

« Vorrei tanto girare dei film a sfondo comico sentimentale, un po’ tristi: li sentirei più adatti al mio temperamento ed al mio carattere. Mi piacerebbe tanto, ma… non sempre si può fare ciò che si vuole ed io sono ugualmente felice di lavorare anche se non tutti i film ai quali prendo parte sono di mio pieno gradimento. Il lavoro mi eccita, mi stordisce e mi stanca perché durante le riprese provo un’infinità di sensazioni sempre nuove, come se ogni volta tornassi a viver una nuova vita, diversa dalle precedenti. Girerò, sì, ancora; girerò due film durante l’estate, poi mi: riposerò. Quest’inverno, anche se mi verrà offerto un formidabile contratto, lascerò tutto e tutti e me ne andrò in montagna a sciare ».

Gli occhi di Assia Noris brillano al solo pensiero di questa sua prossima, agognata libertà:

« Amo tutti gli sport: vado a cavallo, faccio del tennis, mi piace molto nuotare, ma amo lo sci sopra ogni altra cosa. Cosa c’è di più bello che scendere velocemente per le distese nevose, sotto il sole bruciante e questo nostro magnifico cielo? ».

« È dunque davvero vostro questo cielo che tanto amate »

Assia si volta come se l’avessi offesa e mi guarda imbronciata.

« Certamente: è anche mio. Sono nata in Russia, è vero; ho vissuto da bambina tutti gli orrori della rivoluzione sovietica; quando fuggimmo: da quella che sentivamo non essere più la nostra Patria e ci rifugiammo prima a Costantinopoli, poi in Serbia, quindi in Francia, non pensavo ancora neppure al vostro Paese. Ma un bel giorno, finito il Liceo, sposai a Parigi un italiano che mi portò in Italia. Da allora ho sentito che questa terra sarebbe stata anche la mia, l’ho amata, l’ho prediletta fra tutte, ho voluto che diventasse per me una seconda Patria. Ho voluto imparare il vostro idioma e mi sono gettata a capofitto nella lettura. Ho letto tanto e sempre ad alta voce; è secondo me il miglior sistema per apprendere una lingua bella e difficile come l’Italiana. Ho dunque il diritto anche io a questo cielo e a questo sole, non vi pare? »

Il volto di Assia torna a sorridere; ha rivendicato un suo diritto ed ora, come sollevata da un peso, torna alle pazienti, esasperanti cura del truccatore.

« Scusatemi, mi dice, ma io mi sento tanto attrice italiana che non posso pensare che anche il pubblico che mi vuol bene non sia altrettanto convinto. Certamente ho lottato, ho studiato e sopratutto ho voluto; come quando bambina, a Sedowa, apprendevo a danzare. Amavo tanto il ballo che non so cosa avrei dato per diventare danzatrice. »

« Tradizione di famiglia o vocazione naturale alle manifestazioni artistiche? »

« Non, ci sono precedenti del genere nella mia casa. Al contrario: mio padre mi mandava alla scuola di ballo perché allora in Russia questo serviva per imparare a camminare, a muoversi, a saper stare in società. Ma non per altro: entrare in arte era considerato dalle buone famiglie un disonore; ho appreso soltanto quattro anni or sono che una mia zia era stata cacciata di casa molti anni prima perché aveva manifestato il desiderio di darsi all’arte drammatica; pensate che il suo nome, si chiamava Olga, è stato bandito dai miei e non è stato più dato ad alcun discendente della famiglia. »

Miller ha appena finito il laborioso truccaggio e già il campanello richiama Assia Noris in scena. Mi guarda come per dirmi che l’intervista è finita. Ma io voglio ancora avere da lei un giudizio sul film italiano. Argomento scabroso, delicato per un’attrice. Ma Assia non si scompone.

« Ho molta fiducia nel nostro cinematografo. La serietà d’intenti con la quale si lavora oggi, la cura che la Direzione Generale pone nel selezionare la produzione, la convinzione che il Cinematografo sia oggi una delle forme d’arte più rappresentative, mi dice che fra un anno al massimo il film italiano potrà vantare gli stessi successi ed essere all’altezza della migliore produzione straniera. »

Il campanello insiste, con un trillo intermittente, noioso. Assia deve lasciarmi.

« Vedete come passa il tempo, mi dice stringendomi la mano. Elter mi chiama ed io debbo assolutamente andare. »

Sulla porta del camerino seguo la bionda figurina che si lascia dietro una scia di profumo. Dal fondo del corridoio Assia si volge ancora.

« Grazie per ciò che vorrete dire di me. Salutatemi… »

Non ho afferrato le ultime parole. Assia Noris è scomparsa. Forse voleva salutare il suo pubblico, quello che le ha dato sempre le maggiori soddisfazioni. È ciò che faccio, certo di renderle un servigio.

Sandro Reanda

Roma, Maggio 1937

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