Si gira Il feroce Saladino

Mentre si gira alla città del cinema Il feroce Saladino, caricature di Onorato

Si gira Il feroce Saladino nel Teatro Numero 9 di Cinecittà. La banda di Mario Bonnard è una vera compagnia di pionieri. Spira al Quadraro un’aria di continente nuovo. C’è un’atmosfera da città americana degli inizi del secolo scorso, di quelle che avanzavano grado a grado verso il West: una fattoria in grande, un alto muro di cinta per difendere le donne, i vecchi, i bambini, il bestiame dagli attacchi dei briganti e dei pellirosse, e tutta una serie di edifici eguali, ancora troppo spaziosi per la rada popolazione. La nuova città non è interamente finita, e già si lavora al primo film. I pionieri si scontrano coi costruttori. Si respira ancora polvere di cemento e di calcina: il regista e i suoi aiutanti, gli elettricisti, i trovarobe, i truccatori, le comparse, si incrociano coi muratori, coi manovali, coi falegnami. Quasi si direbbe che la stessa maestranza costruisca gli edifici di Cinecittà e il primo film, come i pionieri elevavano le baracche e dissodavano la terra.

Si gira la scena 22, una delle più comiche del film sceneggiato da Mario Bonnard e da Margadonna su trama di Gino Rocca e Margadonna. Non si tratta di una comicità meccanica e composita che attende la penombra propiziatrice del cinema e l’ultima rifinitura del montaggio per scatenarsi. Siamo nel comico schietto: è Angelo Musco che, nelle vesti di Darly, ‘il sovrano degli illusionisti’, domina la scena di un piccolo teatro di varietà. La scena, il proscenio, i palchi di ‘lettera’, il ridotto, tutto è solidamente costruito. Pare che ad un autentico teatro abbiano tagliata una fetta.

Musco si diverte. La realtà è questa, e forse è il segreto della enorme comunicativa degli attori dialettali italiani che continuano inesauribili la grande tradizione comica della penisola. Ci si avvede, vedendo lavorare Musco, che l’attore a un certo punto si riscalda ad una forte temperatura e la scena, la battuta diventano fatto personale, piacere egoistico: sono i momenti più felici. Il grande attore di prosa che Musco deve incarnare decade fino all’umile rango di venditore di gelati in un misero teatrino. Ma un bel giorno scopre in sé… delle forti facoltà di suggestionatore. Nasce Darly, il re degli illusionisti. Sta ora sulla scena, in thigt, pieno di ‘patacche’ gastronomiche e cavalleresche. Tra la chincaglieria spicca una sorta di medaglione oblungo che gli cade fin quasi sulla pancia. « Di che si tratta, commendatore?» — «Caspeta! È l’ornamento frontale di una bardatura di cavallo!» — esclama l’illusionista con un certo orgoglio. Ma il sontuoso monile è appeso al collo del mago da una catenella di ottone. Il pittore Onorato si permette di fare osservare che la catenella è di maglia un po’ speciale. « Tutte le catenelle si somigliano!» — osserva Musco con sussiego. «Ma quelle, appunto, sono largamente adoperate in certi apparecchi idraulici…» — «Giovanotti, non esageriamo!» esclama Darly visibilmente offeso.

Bonnard è nel ridotto. È un regista coi fiocchi. Il fatto che si sia specializzato in film commerciali conferma, non smentisce la sua classe. Il cinema, specialmente in un delicato periodo di formazione come è quello che attraversa l’Italia, è prima di tutto una industria. In definitiva è proprio ai tecnici che in questo periodo sanno rigorosamente adeguare la formula spettacolare ad una certezza di rendimento, che bisognerà chiedere di compiere il primo passo verso una formula più elevata che rimanga tuttavia strettamente commerciale. Per contenere un film in un piano finanziario normale, in ventinove giorni di lavorazione e in trentamila metri di negativo, bisogna avere non solo un quarto di secolo di mestiere, ma aver raggiunto delle vere pagine d’arte in film come i “Cavalieri della Montagna” e il “Cervino”. Le case americane affidano la realizzazione dei film d’ordinaria amministrazione a registi della stoffa di Van Dyke, consacrati in opere come “Ombre Bianche”.

Mario Bonnard dirige la scena prima di tutto da attore. Il bisogno di sperimentare lui stesso la parte lo induce a munirsi, come Darly, di una bacchetta magica. L’illusionista ha chiamato sulla scena quattro spettatori, tra i quali è il marchese Piscicelli, che é la ‘particina’ più vasta che sia mai apparsa sullo schermo: centosessanta chili. Tra i quattro è un ‘compare’ che reclama tra i denti il suo compenso:

— Come si chiama lei?

— Girolamo.

— Il cognome?

— Mi paghi stasera?

— Signor Tipago, a me quegli occhi!

E il compare rimane basito, sfulminato da Musco che fa gli occhi d’aquila. Bonnard fa da ‘compare’ con Darly e da Darly col ‘compare’. Tre o quattro prove a mezza voce. Montuori, l’operatore, veste da professore di matematica, Bonnard da impiegato dello Stato: niente stivaloni, niente giacche sahariane, niente maglioni da neve. Solo, quando grida azione! il regista vocia con tono sincopato, come un Presentat’arm! Un ricordo di “Passanno gli Unni”, quando Bonnard faceva il tenente degli ulani, con l’elmo a piatto, ed era ‘l’idolo di tutte le signore’. Ma allora non c’era il sonoro.

La seconda replica è già ottima, e viene fuori così, con semplicità, con disinvoltura. Lo sforzo di Musco per contenere il suo naturale estro comico nei limiti precisi prescritti dal regista, è visibile. Secondo la sua esperienza di attore teatrale, la battuta dovrebbe scaturire dal carattere: nella foga la precisione non può essere che approssimativa; ne guadagna l’efficacia. Ma il cinema è giustezza, precisione… Del resto, Musco stesso, geniale e formidabile attore, ha esposto il suo dramma nella nostra rivista.

Mentre si gira alla città del cinema Il feroce Saladino, caricature di Onorato

Questo film comico promette molti aspetti interessanti. La protagonista è Alida Valli, un’allieva del Centro Sperimentale di Cinematografia, appena sedicenne: una bellissima figliola triestina, che atteggia il suo profilo vagamente garbeggiante, con molta grazia. Johnson l’atleta (Mario Mazza, un debuttante anche lui), e la sua compagna (l’Anselmi), avranno un sicuro successo: ne è venuta fuori una coppia nello stile del migliore René Clair.

Il Cronista

Roma, Giugno 1937

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