Vittorio De Sica: Cosa penso del cinema

Vittorio De Sica 1937

Dirò qualche cosa anch’io sulla scocciantissima questione avanzata da alcuni incompetenti circa l’incapacità degli attori di prosa a fare del Cinema. Quando fui invitato per la prima volta a fare del cinematografo (e fu nel 1931), io, attore drammatico, non mi meravigliai di poter essere chiamato ad esplicare un’attività artistica in tale campo, perché ho sempre ritenuto il cinematografo un campo adatto, se non in tutto, ma almeno in gran parte, agli artisti di teatro. Infatti, in America ed in Europa si è sempre ricorso ad essi, da quando si è incominciato a girare i primi films.

Che esista una forte diversità di clima fra il teatro ed il cinematografo non sarò certo io a negarlo. Ci sarebbe molto da dire su tale argomento, ma ora ritengo soltanto di precisare poche cose, non tanto per quanto sì possa riferire alla mia persona, ma anche per molti miei compagni, che con tanta passione e bravura si dedicano a questa settima arte.

L’attore di teatro è già dotato delle principali qualità necessarie per cogliere lo spirito, l’essenza di un personaggio da rappresentare, possiede la tecnica della dizione, della mimica, la conoscenza dell’effetto che può ottenere un gesto, un cenno del viso, un’inflessione della voce. So bene che è proprio per questa sua tecnica ch’egli è spesso accusato, e gli si dice e gli si ripete che quello che è virtù in teatro è difetto nel cinema. Io invece ripeto che queste sono qualità essenziali, necessarie ad una qualsiasi interpretazione di un qualsiasi personaggio: saper rivestirsi del suo abito mentale caratteristico, imprimergli quella vita ch’esso avrebbe se invece di essere rappresentato vivesse veramente. Ora, dato il metodo invalso nella lavorazione dei films, metodo necessariamente a carattere industriale, nello spostamento delle scene da rappresentare, che non sempre si susseguono con lo sviluppo del racconto, ma procedono a sbalzi, spostate nel tempo e nei luoghi, il poter contare su attori capaci di ritrovarsi — come appunto avviene per quelli abituati al teatro — dà ai produttori, ai registi, una maggiore assicurazione di riuscita. In quanto poi alla dizione delle quattro o più battute, (non parliamo dei films parlati al 100%) me lo sapete dire voi come si trovano gli interpreti nuovi, raccolti per quel dato lavoro o improvvisati?

Se si trovasse poi davvero di dare addosso agli attori di teatro per il solo fatto che i films da essi interpretati non sono riusciti, spero bene che non si vorrà farne colpa ad essi o soltanto ad essi. In un film chi conta è il Regista. È lui che vede tutto, che sa tutto, che inquadra tutto. Nel Cinema, la personalità dell’attore non è la stessa di quella sul palcoscenico. E noi siamo completamente o quasi nelle mani del Regista, e a nulla serve che egli ci faccia fotografare bene, ci faccia sorridere, ci spinga di qua e di là, ci faccia parlare, cantare, ballare. Se nel soggetto non c’è nulla, se la regìa è scarsa, mancante, deficiente, che cosa volete che ci metta l’attore di suo? Se il personaggio che ci hanno affidato è vuoto, è falso, è idiota, che cosa ci può mettere l’attore?

E forse che l’attore nuovo, creato, plasmato, educato per il cinema potrebbe da solo riempire il vuoto?

È bene dunque si sappia che noi, attori, diamo al cinematografo il nostro contributo con amore, con passione, (esclusa ogni vanità personale) col desiderio di apportare la nostra opera alla riuscita dei films nazionali… e magari dei films d’arte!…

Io, dei films nei quali ho lavorato, amo sopratutto: « Gli uomini, che mascalzoni » appunto perché esso ha uno svolgimento cinematografico; perché è ben diretto ed ha una parte che si poteva sentire, e dove vi ho trovato qualche cosa di mio da dire e da fare.

Sere or sono il Poeta della « Cena delle beffe », mi chiedeva se avrei accettato di rappresentare in film il suo « Tignola ». Naturalmente ho accolto la sua offerta con gioia, perché in Tignola ho visto un personaggio che può uscire dal teatro e diventare eminentemente cinematografico. Tutto sta che la vicenda sia ricreata cinematograficamente e trovi il Produttore disposto ad attuarla. Dateci dei buoni films da fare e sceneggiateli bene (basta leggere una sceneggiatura di un qualsiasi film americano per capire che cosa sia una buona sceneggiatura), e vedrete come i tanto diffamati Musco, Falconi, Tofano, Gandusio, Cervi, Giachetti, Pilotto, Besozzi, Viarisio, Melnati e molti altri riusciranno a farvi cambiare idea.

Ma come si può rimproverare un Musco che qualunque Casa americana, tedesca e francese ci invidierebbe? La forza drammatica, comica, del suo viso, e l’emotività che profonde a piene mani nel suo « Pensaci Giacomino! » e nei suoi famosi « ciechi », ne fanno di lui l’attore cinematografico più significativo d’Italia. L’elegante comicità di Falconi e di Gandusio non potrebbe essere titolo per essi d’interpretare, e forse meglio, i personaggi dell’americano Connolly? Il Pilotto non è forse il nostro Laugthon? Affidate lo stile e l’intelligenza di Tofano ad un Lubitsch e vedrete se egli non diventa un attore internazionale. Le sobrie, incisive, interpretazioni di Cervi nell’« Aldebaran » e di Giachetti nello « Squadrone bianco » non vi dimostrano che i nostri giovani attori di prosa possono figurare degnamente sugli schermi italiani e stranieri?

E io credo che altrettanto si potrebbe dire di Besozzi, Viarisio, Melnati e di

Vittorio De Sica

Roma, Aprile 1937

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