In A.O.I. per il film Luciano Serra Pilota

Amedeo Nazzari e Goffredo Alessandrini, principale interprete e regista di “Luciano Serra Pilota”

In 22 giorni ci siamo andati, in A.O., ci siamo rimasti a sufficienza e siamo tornati, coprendo in un seguito di quotidiane ore di volo 15.000 km. circa.

Meravigliosa esperienza, carica anche di esaltanti fatiche.

Ci siamo andati per prudenza, e per far « mente locale ». Per prudenza perché portare più di 20 persone per niente assuefatte al clima e alle abitudini africane in genere e portarle per pretendere da tutte una immediata piena efficienza fisica, non è pretendere una cosa qualunque, e non è di tutti poterla soddisfare.

Riganti, quindi, il Direttore di produzione è venuto per studiare l’organizzazione logistica per la lavorazione del prossimo ottobre.

lo ci sono andato soprattutto per far mente locale, cioè per inquadrare artisticamente, in quel paesaggio e in quella particolare atmosfera, l’azione di guerra coloniale del nostro « Luciano Serra, pilota ». Così ho avuto la prova, fin dal primo giorno, che scrivere una sceneggiatura su un’azione di quel genere, senza una preventiva anche superficiale cognizione dello scenario dove esso deve svolgersi è un voler sprecare tempo, carta e fantasia.

Così quello che sul copione doveva essere un agguato ad una nostra colonna autocarrata è diventato un agguato ad un treno e per potere rendere verosimile storicamente quest’ultima azione ho dovuto spostarla nel tempo, dall’epoca bellica a quella immediatamente post-bellica, con tutte le relative varianti di copione che un cambiamento del genere comporta.

Gireremo quasi tutti gli esterni etiopici nel bassopiano occidentale e precisamente nella zona che va tra Barrentù, Agordat e Cheren. Fra questi due centri, sulla linea ferroviaria e tra le apocalittiche rocce che la costeggiano si svolgerà la scena dell’agguato al treno e della conseguente difesa alla quale vittoriosamente parteciperà l’aviazione.

Saremo lì in ottobre, cioè subito dopo le grandi piogge e ci tratterremo sino a fine novembre circa.

Si trattava anche di vedere da vicino i nostri magnifici generici di laggiù, cioè le truppe di colore e specialmente gli ultimissimi, cioè quelli delle Bande irregolari e di cimentarli di fronte alla macchina da presa.

Se devo giudicare dall’esperienza fatta, gli abissini promettono di essere tra i migliori generici del mondo. Ignorano la macchina, non la guardano mai e agiscono al primo cenno di comando.

Così si sono comportati i Galla Azebò di Alomatà, così i Galla Raia di Corbetà che hanno sfilato, o in fantasie guerresche, o in irruenti e galoppanti cariche, davanti al nostro Craveri.

Craveri, giovane veterano di battaglie cinematografiche — e non solo cinematografiche — africane, ha girato 1800 metri di documentario del nostro viaggio e avrà fatto scattare tre o quattrocento volte la sua Leika. Su questo materiale documentario ora si sta compilando la nuova sceneggiatura.

Qualche centinaio di metri di pellicola ha colto, per la prima volta, dall’alto, ma relativamente molto da basso, panorami veramente sensazionali; così s’è girato sulla Dancalia, e precisamente sull’inferno bianco del Piano del Sale, riprendendo le coste e le acque dei famosi laghi salati, e lo spettacolo veramente strano e lunare di crateri di vulcani perfettamente conici e spenti.

Era questa la prima volta che una macchina da presa passava in volo su quella zona, e la prima che un aereo si azzardasse a trattenersi a poco più di una dozzina di metri da terra, per oltre mezz’ora a cento metri sotto il livello del mare.

Ce ne ricorderemo per un pezzo di quel volo, non per altro che per i 70 gradi che facevano nella carlinga del nostro Caproni.

Ora la lavorazione è già iniziata dal 28 giugno a Cinecittà. Ne avremo per una quarantina di giorni negli studi. Poi gli esterni del Lago Maggiore, poi quelli di Campoformido e Caserta, poi in ottobre l’A. O.

Una bella tirata, come vedete! Voglia la mia buona stella vegliare su di me sicché io possa, nel prossimo gennaio, consegnando il film nelle mani di Vittorio Mussolini che me l’ha affidato, vedere in lui il sorriso del patrono e collaboratore soddisfatto.

Goffredo Alessandrini

Roma, Luglio 1937

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