Caterina Boratto

Credevo che Caterina Boratto fosse bruna… così, per impressione personale… E mi accingevo ad intervistare una signorina francese che nel salone dell’albergo mi era venuta incontro scambiandomi per il segretario. Il mio fine intuito di giornalista mi evitò una grossa gaffe. Per far capire alla francese che non ero l’uomo che cercava, mi voltai di spalle. Dinanzi a me si profilava una deliziosa figurina di donna bionda e profumata sgusciata chissà da dove. Ero deciso a rinunziare all’incontro con la Boratto, pur di poter seguire la deliziosa donnina apparsami così è improvviso. Le andai incontro. E quella mi sorrise tendendomi la mano: — Viene per l’intervista?

Vi fu un momento d’incertezza. La bionda e deliziosa donnina era proprio Caterina Boratto! I nostri sguardi sorridenti si incrociarono, strinsi la mano che mi veniva offerta e tra un complimento ed un motto di spirito, avanzai una domanda sconcertante: — Qualche foglio di carta signorina, devo prendere gli appunti.

Quando tutto era pronto ci avvicinammo al tavolinetto ostinatamente sgangherato, sul quale — facendo sforzi inauditi — ho potuto buttar giù le impressioni dell’attrice.

— Fu Livio Pavanelli a scoprirmi e ad affidarmi la interpretazione di Vivere. Non avevo mai fatto del cinematografo e può quindi immaginare con che trepidazione entrai in questo mondo ch’è vita e sembra finzione. Studiavo canto a Torino e pensavo poter debuttare nel teatro lirico mia unica aspirazione. Ma noi siamo sottoposti ad un destino che non riusciamo a identificare. Sognavo di cantare in teatro e invece dovetti ascoltare un cantante nel film…

— Non è poi grande la differenza, signorina! Ha cominciato la sua carriera alla rovescia, interpretando un film prima che il teatro l’avesse resa celebre, mentre di consueto è necessario essere prima una grande cantante per poi fare del cinematografo…

— Per questo le do’ ragione, ma al contrario dei cantanti celebri, ero rimasta così impressionata, spaventata del mio primo lavoro (anche se non avevo cantato per niente), che pensavo di nascondermi in qualche paese sperduto, dove nessuno avrebbe potuto riconoscere la protagonista di Vivere.

— Ma il pubblico non la pensava così. Il pubblico era entusiasta della piccola collegiale…

—- Sì, è vero. E me lo dimostrò con le tante lettere pervenutemi dopo il mio debutto e mi incoraggiò per l’avvenire. Un altro elemento che mi ha spinta ad accettare la nuova interpretazione è stata la nostra critica cinematografica, così benevola verso di me. Se sapesse come temevo la critica!

— Il diavolo non è poi tanto brutto come lo si dipinge…

— Assumendo il ruolo di Marcella, mi sono imposta di immedesimarmi nella parte, senza pensare alla finzione, perché solo in tal modo si può rendere un’interpretazione completa.
Un po’ di Marcella è in me: vivo la sua passione e il suo tormento. Durante la lavorazione del film non bado alle buone inquadrature, ma cerco semplicemente di rendere il personaggio con verità, facendo miei i suoi sentimenti. Voglio che il pubblico si convinca di questo mio sforzo e non si penta di aver puntato fiduciosamente su di me.

— Signorina Marcella, prende la camomilla? — è la cameriera che ci ha interrotti.

— Vede, nell’albergo, allo studio, tutti si sono abituati a chiamarmi Marcella. Sanno che in questo periodo non posso essere l’attrice Caterina Boratto.

— È lusinghiero, signorina. Ma dica, perché prende la camomilla?

— Per dormire le poche ore della notte. Quasi ogni giorno son costretta a svegliarmi alle 6 per poter iniziare alle 8 la lavorazione del film e restare sotto il fuoco dei riflettori fino alle due del pomeriggio, in cui mi è concessa una breve tregua per la colazione.
Ed ora, prima di riprendere il discorso, mi dica cosa prende…

— Una camomilla, se può farle piacere…

— Non ne ha bisogno lei, perché non lavora. Dica, su, cosa prende? Un caffè?

— La ringrazio del complimento… se così vuole, prenderò un caffè.

Silenziosamente, la cameriera sguscia fuori, va a preparare le bevande. Siamo rimasti soli nell’anticamera dell’albergo, ché gli ultimi ospiti si sono ritirati. Solo e monotono, si fa sentire lo scricchiolio del tavolinetto su cui — acrobaticamente — scrivo i miei appunti.

Intanto l’attrice ha aperto il capitolo delle confidenze. È molto entusiasta dei divi americani: preferisce tra tutti Don Ameche, Herbert Marshall e Gary Cooper. Delle attrici, mi parla molto bene di Norma Shearer, Myrna Loy, e — in primo piano — Greta Garbo.

Oltre al canto e alla musica, Caterina Boratto pratica gli sports. Tra tutti preferisce l’ippica che non l’affatica.

Mentre ascolto, si è ripresentata la cameriera: reca un vassoio con la bibita di camomilla e con uno strano ordigno lucido, qualcosa tra un orologio a cucù e una bomba a mano.

— E il caffè? — domando con malcelata impazienza.

— Lì, nella caffettiera.

L’ordigno è una caffettiera. Faccio per lanciarmi, mugulando sinistramente, ma è proibito. Bisogna attendere che il caffè scoli dalla macchina infernale nella tazzina. Pazienza.

Nell’attesa, l’attrice riprende a parlare:

— Sono molto contenta dei miei compagni di lavoro e del regista Brignone, che già mi diresse in Vivere.

Mentre l’attrice parla, sollevo l’ordigno posato sulla tazzina ed osservo con viva compiacenza le poche gocce apparse dopo mezz’ora. Sarò costretto ad andar via senza caffè. Chiedo altre notizie alla Boratto. Mi parla delle scene esterne del film girate nell’incanto di Sorrento, tutta fiorita e gioconda in questa primavera meravigliosa. Mi parla della sua vita torinese, delle passeggiate di notte sul lungo Po e di una casetta nascosta tra il fogliame, di una via solitaria dove c’è la mamma e i fratelli che presto verranno a trovarla.

Le rivolgo altre domande:

— Non ho ambizioni per una vita lussuosa — risponde ad una mia insinuazione — perché, come attrice, ho la convinzione che tale si possa diventare anche senza la « Rolls Royce » e le volpi argentate. Se dovrò ancora lavorare nel cinema, unica è la mia ambizione: piacere al pubblico.

— E allora può star sicura che lavorerà senza tregua: il pubblico si è già pronunziato in suo favore.

— Non esageri! Il pubblico deve ancora vedermi in Marcella, e se sarà soddisfatto, tornerò sullo schermo (questa è una primizia) accanto a Tito Schipa, se no, andrò a nascondermi in quel piccolo paese…

Caterina Boratto si allontana per cercare le fotografie. Approfitto della sua assenza e mi impadronisco della caffettiera che faccio sparire nelle mie capacissime tasche. Almeno lo prenderò a casa il caffè…

L’attrice ritorna, mi dà le fotografie firmate, mi porge la mano e mi regala il suo più bel sorriso. Non per me, ma per i lettori.

Italo V. Dragosei

Roma, Luglio 1937

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