Si gira alla Farnesina

Teatri di posa della Farnesina
Stabilimenti della Farnesina

« Vi accompagnerò soltanto sino a Ponte Milvio perché non mi arriva la benzina », mi dice la signorina Pardo la prima segretaria di produzione che abbiamo avuto in Italia, e la più brava che si conosca in Europa e la più promettente nel campo del montaggio, della sceneggiatura e della regia. E a Ponte Milvio regolarmente mi pianta ed io inizio con i miei umili piedi l’ascesa dell’erta farnesiniana.

Frotte di ragazzi giocano nei prati. Dalle case basse escono donne silenziose e vecchi sorridenti. Fra poco torneranno gli uomini dai campi e dalle officine. Il quartiere, diradandosi, si allunga fin sotto la Macchia Madama.

Gli stabilimenti sorgono sul primo gradino di Monte Mario e li circondano i pini.

Solito mi saluta, mi fa accogliere dai presenti e mi parla degli assenti. Tra i primi sono il regista d’Errico, gli interpreti principali Gino Cervi, Luisa Ferida, Ruby Dalma, Olga Capri, Guglielmo Sinaz, Almirante e Bolognesi, l’operatore Vich, il direttore di produzione Sante Bonaldo, il tecnico del suono Caracciolo, il segretario Alberto Cinquini, gli architetti scenografi Salvo d’Angelo e Carlo Rava e i canterini Romagnoli. Tra gli assenti sono l’autore del soggetto Rino Alessi, il collaboratore di Solito nella sceneggiatura, Margadonna e il Maestro Balilla Pratella, che ha creato la musica fresca ed originale per l’avvincente trama del soggetto.

Entro nel vivo della lavorazione e scorgo in una di quelle stanze patriarcali della vera Romagna che fanno da cucina, da camera da pranzo, da salotto e da salone da ballo tutta la famiglia col parentado e il vicinato riunite intorno ad una opulenta tavola imbandita. È la scena finale. Dopo la lotta tempestosa delle passioni, il sereno desco familiare; dopo il ritmo turbinoso delle avventure, il senso pacato della letizia conviviale; dopo lo scroscio del dolore e il grido lancinante della disperazione, l’inno stupendo della felicità, il sole luminoso dell’amore.

La sintesi del soggetto, il simbolo puro di questa drammatica vicenda, che si alimenta di tutta la fiamma della sprezzante e vigorosa anima romagnola, non sono però in questa scena conclusiva del film.

Sintesi e simbolo dell’« Argine » sono nella cruda rappresentazione sociale che Alessi ha tratto dal suo ingegno infallibile e dal suo ardente cuore di romagnolo e che d’Errico ha fedelmente realizzato, con forte sentimento e con lucida espressione d’arte. Sono nell’ultimo incontro tra Zvanì e l’aristocratica forestiera, sono nella carità materna di Sina e nella lotta quotidiana di John. Sono nell’armonia degli insegnamenti che, da questo lavoro, pur nella ridda caleidoscopica dell’intreccio, si levano ammonitori, con il valore di un’etica sana e profonda.

Luisa Ferida in una scena del film L’Argine di Corrado D’Errico 1938

Ii miglior mezzo per intervistare D’Errico è quello di recarsi all’Istituto Luce. Qui trovo infatti il regista occupato dinanzi ad una moviola. Ha appena finito di dirigere Argine ed ha già ripreso la sua normale attività. Fra film e documentari, quest’uomo che si nutre quotidianamente di pellicola, non ha un attimo di riposo. Perciò non perdo tempo e gli chiedo subito:

— Che ne pensa di Argine?

E D’Errico pronto:

— Ne penso, quel che ne penserà il pubblico. Perché io ho una gran stima del pubblico che ritengo l’unico vero giudice del cinema. Un giudice che ha sempre ragione. Imparo più in una sera mescolato alla folla anonima di una sala cinematografica che in tre anni di attività professionale, Perciò quando sbaglio so sempre che sbaglio io e non penso mai che il pubblico non mi abbia capito.

— Veramente — intervengo io — il gran successo dei Fratelli Castiglioni dimostra che lei ed il pubblico si comprendono perfettamente. Dunque…

D’Errico m’interrompe:

— Parliamo di Argine. Contrariamente a molte commedie che non si prestano ad esser ridotte per lo schermo, il dramma di Alessi aveva in sé tutti gli elementi d’azione (frammentarietà, profondità, estensione) adatti per uno sviluppo cinematografico.

— È soddisfatto degli attori?

— Molto. La Ferida in questa parte di ragazza selvaggia, passionale, ha rivelato tutte le doti del suo eccezionale temperamento drammatico. Temperamento che è, senza dubbio, il più potente del cinema italiano contemporaneo. Studiosa, intelligente, piena di volontà, quest’attrice ha fatto sensibili progressi ed è stata una mirabile compagna di Gino Cervi, attore di linea, intelligente e fortemente espressivo.
Olga Capri ha raggiunto accenti tragici veramente passionali e intensi. Rubi Dalma ha confermato le sue qualità d’eleganza e di grazia aristocratica. Gigetto Almirante ha creato un indimenticabile tipo di maestrino rurale che ha divertito gli attori prima del pubblico, Sinaz in una parte di maitre d’hotel astutissimo ha dato la sua migliore e più caratteristica interpretazione, tutta comicità contenuta ed espressiva. Gemma Bolognesi ha disegnato con vera arte il ruolo fortemente caratterizzato di una mondana sul declino, I miei attori sono quindi stati i miei migliori collaboratori tanto che spero di avvalermene nei primi due prossimi film. Poiché, in maggio dirigerò un film per l’Imperator, ed i fratelli Scalera che sono stati produttori di Argine mi hanno offerto un nuovo film per luglio. Debbo aggiungere anche una parola per Solito, il vero aiuto regista ideale: dinamico, intuitivo insomma il braccio destro del regista. Egli è stato il mio migliore collaboratore.

— Quali film preferisce?

— I film audaci che abbiano però un contenuto ideale fatti di situazioni forti e coraggiose che poggiano su saldi personaggi umani. Solo questi possono permettere agli attori vere interpretazioni, ed un personaggio senza umanità è semplicemente un fantoccio. lo non temo le eventuali reazioni del pubblico, perché un pubblico che reagisce mostra già d’interessarsi. Temo solo un pubblico: quello che sbadiglia.

— Son sicuro che questo pubblico non l’avrà mai.

D’Errico sorride, ma non si pronunzia.

Troppo discreto per ipotecare il futuro egli tace, Ma io che ho assistito alle riprese di Argine posso senz’altro affermare che questo film segnerà la definitiva affermazione di D’Errico, regista geniale su cui il cinema italiano può contare come su uno dei registi più preparati, più intelligenti, e quel che conta, più preferiti dal pubblico.

Roma, Marzo 1938

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