Visita alla Scalera Film

Cortile interno e Teatro Sonoro degli Stabilimenti Scalera Film, Roma 1938

A Roma, e fuori, è un gran parlare di questa nuova editrice. Si raccontano cose inusitate, mirabolanti; già per alcuni essa è diventata una leggenda. E un giornalista che si rispetti, in casi simili, si deve « buttare »; attingere, in altri termini, notizie alla fonte e informarne i lettori.

Quello che sapevo della Scalera era ben poca cosa; che aveva girato un film in partecipazione alla Farnesina: L’Argine, di Rino Alessi; poi che si era installata negli stabilimenti della Caesar, a San Giovanni, dove ha subito realizzato il film Jeanne Doré; nient’altro. Dopo comincia il mito.

Autori, attori, registi scritturati; una dozzina di film in preparazione: quale girandola di nomi! Una offerta alla Garbo e una, veramente nobile e ammirevole, alla Miranda. Insomma, bisogna convenire, tutto ciò è fuori del comune; siamo abituati a certe rigide economie, a certi nomi di grandi sconosciuti che è giustificato se il programma Scalera diventa un mito.

Gli stabilimenti della Caesar hanno, su Cinecittà, il vantaggio di costringerti a fare un tratto di strada a piedi; e il vantaggio sta nel fatto che durante tale tratto è possibile riordinare le idee prima di varcarne il cancello; lo dico senza ironia; ma penso che l’A. T. A. G. potrebbe allungare il corso a qualche binario.

Comunque l’ingresso ci viene accordato; vengo ricevuto, illuminato sull’organizzazione che ha fatto versare tanto inchiostro e sulle mete della Casa che hanno sollevato tante polemiche. Poi mi si lascia gironzolare per gli stabilimenti dove anch’io assumo quell’attitudine tanto particolare e nota a chi frequenta l’ambiente cinematografico e che, in parole correnti, si può rendere così: Mi vedete? Io son qui e quindi voi dovete pensare ch’io sia qualcuno. Gironzolando con questo sussiego incontro e avvicino molte persone, volti conosciuti e sconosciuti; da tutti mi faccio dire qualcosa; ma procediamo con ordine: ancora non vi ho detto tutto della Casa.

La Scalera rappresenta, per il cinema italiano, una data, un inizio; la fine della più annosa e sentita deficienza; il primo tratto di quella che dovrà inesorabilmente essere la nuova fisionomia della nostra cinematografia. Rappresenta la grande organizzazione. La nostra industria era matura per tale promozione: Scalera l’ha effettuata. Il miracolo è tutto qui: nell’organizzazione che ha, sempre, una dignità da difendere e degli scopi da perseguire. Con un programma legato più al futuro che al presente era logico che gli Stalera si procurassero i propri uomini.

Cos’han fatto di particolare fin oggi? Proprio questo: si sono procurati gli uomini. Quattro registi: Alessandrini, Bonnard, D’Errico, Palermi; una trentina d’attori che è impossibile elencare, ma fra i quali figurano: Evi Maltagliati, Isa Pola, cioè due fra i migliori nomi femminili; poi, la Gramatica, Cervi, Tofano, Picasso, Falconi e tanti altri. Ma, direte voi, tutto qui? E i giovani? I giovani ci sono; una ventina tra allievi attori e allievi registi; gli Scalera puntano sui giovani. Ma la grande idea, quella che onora una simile ditta, è di aver costruito una grande famiglia; di aver permesso una fusione di spiriti che, indubbiamente, darà i suoi frutti.

Ho incontrato un giovane. Un giovane che non conoscevo: Leonardo Cortese. Egli mi racconta volentieri e con schietta emozione che appena uscito da una accademia drammatica, gli Scalera l’han scritturato quale interprete di Jeanne Doré. Un provino, e nient’altro. Cortese ha una bella figura e suscita un’ottima impressione per la sua intelligenza pronta e ardita. Questo giovane ha interpretato a fianco della Maltagliati; cosa si vuole di più?

Solito invece mi chiarisce la faccenda di Greta Garbo: il piano che gli Scalera fecero subito, completo e perfetto, comportava una spesa di 14 milioni; il film ne avrebbe resi 17. La Garbo non ha creduto opportuno accettare. E gli Scalera han guadagnato, in pubblicità, almeno un milione: non è poco davvero.

Sulla prossima attività mi informa Scarpelli, l’alter ego di un nostro ottimo regista: Alessandrini. Mi informa che Alessandrini metterà in scena, fra pochissimi giorni, La Vedova di Renato Simoni; mi dice anche che Palermi inscenerà, con la stessa data di inizio, I figli del Marchese Lucera. Complessivamente verranno prodotti, nella stagione 38-39, una dozzina di film ai quali prendono parte, naturalmente, tutti i registi, gli attori e gli allievi. In questo ultimo periodo è racchiusa tutta la politica della grande Casa.

Per chi non credesse che la Caesar possa permettere un simile lotto di film, proprio e soltanto come capacità di stabilimenti, faccia come me: giri, rigiri là dentro, finché non si imbatta in un cantiere attorno al quale un centinaio di operai stanno alacremente lavorando: è il terzo teatro della Caesar, e misurerà 1400 mq. Con questo teatro potranno comodamente venir prodotti due film simultaneamente.

Isa Pola, la simpatica Isa, mi dice che era tempo per lei di tornare allo schermo e manda tanti saluti ai suoi amici; Cervi, che porta a spasso la sua chioma di Fieramosca, ripete la stessa cosa.

Questi stabilimenti sono proprio una famiglia; sullo spiazzo si incontrano tutti i suoi membri: il magnetico Margadonna, Alessandrini a braccio di Scarpelli, Pilotto che tien circolo raccontando barzellette e dando poi, al momento opportuno, il via per la risata (a proposito: si sono accorti gli Scalera che Pilotto ha la stoffa del caratterista brillante?); Palermi, con la sua aria svagata; Pesce, con la sua automobile; e, tanto perché non si dica che proprio noi trascuriamo i giovani, Elena Zareschi in un chiaro e attillato abitino che smania in attesa del film; poi le due sorelle Lotti che non sono affatto siamesi benché, come è stato osservato, se chiedi qualcosa all’una risponde l’altra.

Una famiglia? Una famiglia compatta e serena che ha fiducia nei capi come i capi hanno in essa fiducia. Ed è questa solidarietà, questa atmosfera. che condurrà tutti loro lontano.

Leone Malatesta

Roma, Agosto 1938

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