Incontro a Tirrenia con La Signora di Montecarlo

Visita agli stabilimenti della S. A. Pisorno a Tirrenia mentre si gira La Signora di Montecarlo. A destra Mario Soldati ed il Cav. Emilio Canale, produttore del film.

Dopo una vorticosa corsa, sulla linea ferroviaria privata, che unisce Pisa a Livorno, attraverso una fitta boscaglia e degli incolti macchioni, giunge nella Città di Tirrenia. Così arrivo nell’Olimpo Cinematografico italiano, e dove è cosa normale incontrare per la strada, un Fosco Giachetti, un Mino Doro, oppure Umberto Melnati. Il sole ha già varcato lo zenit, e dardeggia implacabilmente i suoi raggi, sull’azzurro verdeggiante del mare e sulla finissima arena della spiaggia. I viali della Città di Forzano sono deserti. Qualche rara automobile passa veloce sulla provinciale che collega la patria di Galileo, alla Rosa del Tirreno.

Sento che lo stomaco reclama la sua parte, e subito vado all’albergo ristoratore, per calmare questo bisogno naturale. Dalla terrazza dove sono, osservo tutto il mare. La natura a contatto dell’aria e dell’acqua, pare fondersi in una sublime sinfonia. Vampate di iodio, e di salso, sono trasportate da una leggera brezza, che mette un certo rifinimento nell’interno, e che io ora cerco di calmare. Il flusso e riflusso del mare, mi giunge distinto all’orecchio, ed ho l’impressione di sentire un « jazz » che prepari i ballerini della sala ad un prossimo fox-trot. Dopo aver soddisfatto la fame, ed essere stato a dare un’occhiata da innamorato, all’acqua azzurrissima del Tirreno, dirigo i miei passi sul viale della Felicità. Si chiama in questo modo, perché conduce agli stabilimenti della Società Pisorno.

Eccomi giunto. Il portiere è un vero cerbero, ed avanti di farlo capitolare, debbo esibire un sacco di documenti. Per fortuna posso esser subito introdotto alla presenza del Direttore di questa fabbrica di dolci illusioni ottiche. Il Dott. Enzo Oriolo, mi riceve cordialmente, e mette subito a mia disposizione una guida, perché mi conduca nel Teatro di ripresa A, dove questa sera, appunto sì girerà una scena di comparse del film in due versioni La Signora di Montecarlo (produzione Continentalcine-Franco London Film). Mi presentano qui al regista italiano Mario Soldati, al suo aiutante Gianni Franciolini, all’operatore Fred Langenfeld al supervisore M. Berthomieu, al revisore Leo Bamba, ed al presidente della Continentalcine, e capo della produzione, Cav. Emilio Canale.

Intanto ho modo di osservare la scena che si deve girare. Le comparse arrivano a piccoli gruppi. L’insieme rappresenta una sala di un locale notturno. Al centro, su una specie di pedana è posto il « Jazz Ravini », che fra poco comincerà a suonare. Tutt’intorno sono disposti tavoli, poltroncine e sedie, per i clienti, mentre nel mezzo, una specie di pista è riservata agli amatori dell’arte di Tersicore. Le comparse proseguono a giungere, e adesso sono quasi al completo. Tutte belle ragazze, e diversi signori, tutti vestiti con molta cura, e con la massima eleganza. Ciascuno prende il posto che gli viene assegnato.

Franciolini e Soldati, spiegano la scena da svolgere. Prima prova a vuoto, senza ripresa cinematografica. Si procede assai bene. È già arrivata anche l’orchestra. Le prove continuano: Si giudica di essere al momento giusto, ed allora il ciak, entra in azione: Montecarlo – 243 –
primo – Via.

Langenfeld col suo mirino inquadra la scena, la segue, la fotografa. La registrazione sonora lo asseconda. Il « jazz » suona « Settembre sotto la pioggia », e le coppie danzano lentamente. Ne vedo una che è assai in disparte, e che in un certo modo è guardata da tutte le comparse.

Domando alla mia guida chi sono, e lui mi risponde sottovoce: Dita Parlo, interprete della doppia versione, e Claude Lheman, della Comédie Francaise.

Ad un tratto, un trillo acuto di fischietto, interrompe l’azione. È stato M. Berthomieu, che oltre esser supervisore delle due versioni, è regista della parte francese. La scena non filava con quel giusto ritmo, e perciò bisogna ricominciare di nuovo.

La sala è illuminata da più di trenta riflettori giganti. Vi lascio immaginare la temperatura infernale dell’interno. Specialmente chi si trova sotto il fuoco di un cinquemila lampade! Per questo di quanto in quanto gli elettricisti, ad un segnale del regista, li spengono, per dar modo agli artisti di riposare. Approfitto di uno di questi intervalli, per esser presentato a Dita Parlo. E mentre attendiamo che la ripresa continui, l’attrice comincia a dirmi di se.

Mi racconta che ha circa otto anni di attività cinematografica, e che ha girato in Germania, in Inghilterra, in America, in Ungheria, in Francia, e finalmente in Italia. In tutto ben sedici pellicole.

Una fra le altre, ha riscosso un riconoscimento universale: Mademoiselle Docteur. Quest’anno ha già fatto quattro film, e cioè: « La rue sans joie »; « La paix sur le Rhin »; « Le Courrier de Lyon»; « L’ultimatum ». La Signora di Montecarlo è il quinto. Mi ha detto poi di aver veduto alcuni dei nostri lavori, e mi ha assicurato che li ha trovati interessantissimi e molto adatti a rispecchiare il nuovo clima creatosi in Italia, con l’avvento del Fascismo e dell’Impero.

Da parte mia devo confessare, che questa squisita attrice, è una piccola, attenta, minuziosa e sensibilissima indagatrice di cose, persone, e fatti.

Mi esprime dipoi, la sua contentezza, per la gioia di trovarsi qui, in Italia. Prosegue testualmente:

« Per. quanto ancora non abbia potuto vedere Roma, la città più, significativa e più superba del Vostro Paese, nelle mie visite a Milano, Venezia, Firenze e Napoli, ho potuto rendermi conto della gentilezza del Vostro Popolo.

Sono entusiasta del vostro sole, della vostra terra, dei vostri panorami, e di tutto l’ambiente che costituisce la cornice, ed il motivo principale dell’attuale film italiano.

Sono veramente felice di aver fatto un lavoro nella vostra penisola, e voglio sperare che non sarà l’ultimo.

Qui a Tirrenia, mi trovo a mio agio. Il mare, l’aria, il clima, mi rinforzano e mi ristorano continuamente.

Appena terminato il film, e cioè verso la fine del mese, prenderò un po’ di riposo, e verrò alla Cinecittà. Voglio rendermi conto di questi grandiosi stabilimenti, che mi sono stati assicurati i migliori del mondo ».

Non è assicurazione — ho replicato — ma certezza.

In quel momento si odono le voci di Soldati e di Franciolini, che gridano: « Tutti ai propri posti. Pronti. Attenzione ».

Ho appena il tempo di salutare la mia gentile interlocutrice, e rimanere in disparte.

Approfitto di questo tempo, per dire due parole su questa singolare attrice.

Dita Parlo si esprime correttamente e speditamente in italiano. In qualche periodo, quando è incerta della parola, allora la dice in francese. È un buon sistema! Non vi pare? Come persona è assai carina. Taglia giusta, e capelli biondi. Quando la vedrete in questa pellicola, osserverete la curiosa pettinatura. Il viso è quasi ovale. Naso e bocca regolari. Gli occhi mobilissimi, ed espressivi, rivelano in lei innato il senso dell’arte, e più specialmente quello per la settima arte.

Un’altro sibilo del fischietto interrompe le mie riflessioni, prendo tempo di quell’intervallo, per far firmare una foto a questa gentilissima attrice. La ringrazio della sua cordialità, e mi congedo. La ripresa allora continua. Mi trattengo ancora un po’ nel Teatro, poi esco.

Preferisco il sole limpido, con i suoi trenta e più gradi, alla luce artificiale, violenta e massacrante dei riflettori. Il silenzio dell’esterno mi riporta sempre all’orecchio le note della canzone di Warren « Settembre sotto la pioggia ». Non posso fischiare questo « slow », perché « settembre lentamente se ne muore » è troppo prematuro (dato che siamo alla metà di agosto) e così, involontariamente mi accontento di mugolarlo fra i denti. (Spiritosa eh!).

Passo vicino al mefistofelico portiere, che seduto su una sedia, sta facendo un leggero sonnellino. Vado in punta di piedi per non svegliarlo, e presto son di nuovo sul viale.

In fondo si vede una striscia di mare. Forse laggiù, qualche bagnante solitario starà tuffandosi nell’acqua.

Confronto mentalmente i due bagni, quello sul mare, tutto nudo, è l’altro che ho fatto poco tempo avanti, tutto vestito, nel Teatro A, sotto il calore delle luci abbaglianti.

Non c’è paragone, e decisamente preferisco il primo.

E così, mentre pia piano mi spoglio, indirizzo i miei passi verso la distesa cilestrina, dell’incantevole Tirreno…

Giuseppe Nannini

Roma, settembre 1938

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