I Grandi Quattro e le altrui posizioni

Ai primi di settembre, quando già i fatti premevano (ma noi non ne sapevamo niente perché ci divertivamo terribilmente, in quel di Venezia, a veder ballare la Lambeth Walk), riassumendo le impressioni raccolte tra una sera e l’altra della VI Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, scrivemmo in queste pagine le seguenti auree parole: « Dodici film americani. Troppi, forse. Quanti di essi sono stati significativi, e quanti altri potevano benissimo aspettare le grandi prime visioni? Se infatti si fa astrazione da Rage of Paris, da Biancaneve e da Goldwyn Follies, nessun altro dei film americani presentati possedeva quelle caratteristiche di originalità, di novità, di stile che ci sembrano essenziali per la partecipazione ad una esposizione d’arte. Siamo infatti su quel livello superbo di standard che fa la gioia dei nostri bravi esercenti: messinscena perfetta, interpretazione perfetta, sceneggiature perfette, tecnica perfetta: tutto perfettissimo. Capigruppo sontuosi. Ma niente di speciale. Tanto che pensiamo con rammarico alle serate di questo inverno nelle quali dovremo trovar che cosa fare, perché il film nuovo di prammatica l’avremo già visto qui, e non torneremo certo a rivederlo ».

Ci sia permesso dire che in queste parole si trova la miglior morale delle tanto discusse conseguenze del Monopolio.

Perché, infatti, che cosa è mai successo dal primo gennaio XVII (1939)? È successo che quattro case americane si sono ritirate (definitivamente o temporaneamente, non si può ancora dire) dal mercato italiano per non accettare la nuova disciplina imposta dalla difesa della nostra valuta e della nostra produzione. Quattro case; e precisamente quelle che a Venezia ci erano sembrate le più agguerrite, è vero, ma anche le meno originali ed apprezzabili da un punto di vista strettamente artistico. Quantità e contratti fissati erano la forza di queste case che si accampavano nelle nostre sale cinematografiche con oltre cento film all’anno. Attori come Clark Gable, Mirna Loy, William Powell, Franchot Tone, Bette Davis, Shirley Temple, i fratelli Marx, La Reiner, Bob Taylor, Tyrone Power, la Crawford, i due buffoni Laurel ed Hardy e, una volta ogni tanto, Norma Shearer e Greta Garbo, erano la chiave del successo commerciale di questa produzione, Ma quali film di tali illustri attori sono rimasti così vivamente impressi nella nostra memoria da indurci a tormentose nostalgie? Pochi davvero. Altissimo standard, questo si. Ma niente altro che standard. Attori, soggetti, registi erano sempre eguali. Mai una nota originale, mai una formula nuova. Cerchiamo invece di ricordare qualcuno di quei film che possiamo veramente definire indimenticabili:

La febbre dell’oro e Tempi moderni di Chaplin; Calunnia di Wyler; È nata una stella di Wellman; Mayerling di Litvak; Nanà con Anna Sten; Angeli dell’Inferno; Amore sublime e Nostro Pane quotidiano di Vidor; Notte di nozze; L’Angelo delle tenebre; Modella di lusso; Sono innocente, L’Uomo che amo, di Borzage, Facce false di Sam Wood, e Notti Messicane di Mamoulian: sono tutti film degli Artisti Associati ovvero United Artists, la vecchia firma dei grandi assi di Hollywood. E gli Artisti Associati sono rimasti in Italia,

Proibito, Orizzonte perduto, È arrivata la felicità, Accadde una notte di Frank Capra; L’Adorabile nemica di Boleslawsky, sono film Columbia, e la Columbia è rimasta in Italia.

Tutti i film della Hepburn, indubbiamente la più interessante fra le attrici americane d’oggi, da Dolce inganno a Una donna si ribella, a Maria di Scozia, a Primo Amore, a Piccole donne sono della Radio; e la Radio resta in Italia, con registi come Santell (Sotto i ponti di New York), Walt Disney (Biancaneve), la classica coppia Ginger Rogers-Fred Astaire, la Neagle, la Margo,

Tre ragazze in gamba e Rage of Paris di Koster, Pazza per la musica di Taurog, L’Impareggiabile Godfrey di La Cava, L’Uomo invisibile di James Whale, sono della Universal. E l’Universal resta in Italia.

Contessa Alessandra con Marlene Dietrich, La danza degli elefanti di Flaherthy, La primula rossa, Le sei mogli di Enrico VIII di Korda, Il fantasma galante di Clair, Bozambo, la Segretaria con la Hopkins, sono della London Film. E la London resta in Italia.

Carnet de bal e Bandito della Casbah di Duvivier, Le Perle della corona, Kermesse eroica, la Bandera, Mademoiselle Docteur, Equipaggio, sono film francesi. Ed i film francesi restano in Italia. (A proposito della Francia si ricordi poi che il più bel film di Simone Simon è stato Occhi neri realizzato in Europa senza alcun bisogno della supervisione di Darryl Zanuck, producer della Fox).

E certi film che rimarranno celebri nella storia del cinema, come A me la libertà, Atlantide, Il Congresso si diverte, Ragazze in uniforme, La tragedia della miniera, Angeli senza Paradiso sono tutti film europei, di produzione tedesca,

Diamo ora una scorsa ai prossimi programmi. Ecco: Quella certa età con Deanna Durbin, Le avventure di Tom Sawyer, Follie di Hollywood, Werther, Pigmalione, Yvette, Nomadi, Katia, Vacanze d’Amore, L’Ultima recita, Due nella folla, Il raggio invisibile, C’è sotto una donna, Entrées des Artistes, Matrimonio d’occasione, Febbre nera, The valzer, L’Avventura di Lady X, La Riva del destino, Miraggi di Hollywood, Café de Paris, La via della virtù, Gioia d’Amare, Adorazione, L’Inesorabile, con attori come Paul Muni, Adolphe Menjou, Joan Bennet, Joel MacCrea, Boris Karloff, Joan Blondel, Herbert Marshall, Louis Jouvet, John Boles, Tala Birrell, Doris Nolan, Ralph Bellamy, Yvonne Printemps, Pierre Fresnay, Merle Oberon, Binnie Barnes, Jean Parker, Andrea Leeds, Vera Zorina, Sabù, Jean Gabin, Annie Vernay, Pierre R. Wilm, Leslie Howard, Françoise Rosay, Danielle Darrieux, Ginger Rogers, Douglas Fairbanks jr., Vera Korene, Jule Berry, Irene Dunne, Mirian Hopkins, Carole Lombard, Lionel Barrymore, Fredrich March, Barbara Stanwyck, Jean Arthur, Ann Sothern, James Stewart, Warren William, Gail Patrick, Burgess Meredith, Constance Bennett… e registi come John M, Stahl, Anatole Litvak, Alfred Santell, Frank Capra, Taurog, James Whale, Welmann, Vidor, Feyder, Carné, Guitry, Korda, Clair…

Non è evidente che in questo vastissimo programma c’è tanta roba quanta, sul declinare della stagione, non se n’era mai avuta?

Gli è che tra le quattro case che hanno voluto mettersi fuori della legge, e tutte le altre che hanno accettato più o meno di buon grado il nuovo stato di cose, c’è una differenza sostanziale di stile e di intenzioni, Quelle avevano creato la loro potenza attraverso una produzione standardizzata; queste hanno sempre cercato di vincere con una più attiva ricerca di soggetti nuovi e di nuove formule. Ed è noto che l’arte, la vera arte, è quella che nasce da una ricerca assidua ed ansiosa di idee originali; non quella che sfrutta le possibilità industriali della lavorazione in serie.

Ora non si vuol dire che i così detti « Big Four», i grandi quattro han fatto bene ad andarsene, Sarebbe stato certamente meglio se essi avessero accettato il Monopolio sottomettendosi ad un più equo regime di ripartizione degli incassi italiani e risparmiandoci l’inutile cinquanta per cento in più di produzione mediocre che rimpinzava i loro listini. Ma se la defezione dev’essere definitiva, tant’è, vuol dire che non avremo perduto niente di eccezionale.

Quando poi si pensa che, nell’ultima annata considerata dalle statistiche 1937, le sole pellicole americane hanno incassato. 236,8 milioni di lire su 525, e cioè quasi la metà del totale rendimento dei cinematografi, in confronto a 83 milioni che son toccati alla produzione italiana, vien fatto proprio di credere che il mutamento della situazione è stato davvero provvidenziale. Non importa allora se un’aliquota assolutamente disprezzabile di snob e di esterofili considererà con disprezzo i programmi delle prime visioni. Il pubblico, il gran pubblico, ricco di buon senso e di buon gusto, non si allontanerà certamente per questo dal suo spettacolo preferito.

Ma l’avvenire non è ancora palese. Una sola cosa è certa, che il Monopolio resterà, tale quale è stato concepito e creato nelle sue linee fondamentali chiare e precise, segnate a tutela della nostra valuta e della produzione cinematografica nazionale.

Definita così la situazione, rimarranno le posizioni altrui inflessibili e definitive, come han l’aria di voler essere? Questo è l’interrogativo del momento, Interrogativo, però, fine a se stesso, perché la risposta, qualunque essa sia, non può dar motivo ad alcuna emozione.

Oggi che la produzione italiana si annuncia quantitativamente imponente (70 film durante la stagione 1938-39) e qualitativamente in ascesa (Luciano Serra e Fieramosca, informino), bisogna avere la franchezza di dire che I’Italia ha tutto il diritto di bastare a se stessa, purché metta nella sua fatica cinematografica, ancora un po’ di cuore e di volontà.

G. V. Sampieri

Roma, Febbraio 1939

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