Rose scarlatte regia di De Sica

Umberto Melnati e Vittorio De Sica in una scena di "Rose scarlatte"
Umberto Melnati e Vittorio De Sica in una scena di “Rose scarlatte”

La prima cosa che ci colpì, appena entrammo nel teatro 3 di Cinecittà, fu la vastità e l’eleganza dell’ambiente. La seconda cosa che ci colpì fu l’abbondanza dei paralumi sparsi in ogni angolo della sala. E finalmente, la terza cosa che ci colpì, con una certa violenza, fu la giraffa contro la quale, essendo inciampati in un maledetto cavo, andammo a batter la parte più centrale e certo più pregevole della nostra testa.

Nessuno, tuttavia, si accorse di noi. Tutti erano intenti a seguire le istruzioni che Vittorio De Sica, passeggiando nervosamente, dava con piglio autoritario. L’attenzione di ognuno era concentrata su di lui, soprattutto per la curiosità che era in tutti di veder per la prima volta Vittorio De Sica nelle funzioni di regista. Infatti Rose scarlatte è il primo film che De Sica dirige, oltre ad esserne l’interprete principale.

Mentre Giuseppe Amato andava dalla macchina da presa ad un paralume posto a pochi metri di distanza, con l’aria feroce di un leoncello in gabbia, Vittorio De Sica provava insieme a Melnati la scena, soffermandosi ogni tanto e ricominciando da capo. Probabilmente egli, dentro di sé, diceva a se stesso: « No; De Sica, per favore, questa scena la vorrei più fluida. E nella vostra battuta metterei un po più di mordente. Così… ». « Ma no, scusate, De Sica regista, mi sembra che io debba dare importanza, molta importanza, a questa donna che per me rappresenta la donna ideale, la donna dei miei sogni… ». « Sì va bene, tuttavia ancora non ne siete proprio innamorato. Non potete esserne innamorato! ». « E perché? Ci si può innamorare anche di una donna che si è vista soltanto due o tre volte di sfuggita… ».

De Sica continua per qualche minuto a discutere con se stesso, in disparte, mentre tutti gli altri lo guardano con ammirazione e credono che egli stia pensando alla plasticità dell’inquadratura e all’atmosfera fotografica.

Poi si scuote, torna vicino a Melnati e gli dice: « Su, proviamo un’altra volta, con calma ».

Provano.

MELNATI: — E adesso che cosa devo scrivere…

DE SICA: — Scrivi: « Queste rose scarlatte, a Voi, signora deliziosa che mi appariste con la grazia di un’immagine di sogno… ».

MELNATI: — E la firma? Come debbo firmare?

DE SICA: — Aspetta… Ci vuole un nome che risvegli la sua curiosità ed abbia in sé qualcosa di poetico… Ecco, scrivi: « Mistero ».

MELNATI: — Mistero?

DE SICA: — Sicuro! Mostero. Non capisci? Mistero, l’ignoto, la poesia di ciò che non si conosce né forse si potrà mai conoscere… Mistero: L’uomo che ogni donna sogna inconsapevolmente nelle sue notti insonni.

Durante l’ultima battuta De Sica si è allontanato dalla sedia di Melnati seguito dalla macchina da presa, dietro la quale Giuseppe Amato sta guatando come un giovane leopardo in agguato. D’un tratto il giovane leopardo fa un balzo e pronuncia alcune parole scorrettissime: « Maledetto paralume! ». “Impalla” sempre De Sica… C’è da impazzire! ». De Sica, accorgendosi di essere impallato dal paralume assume un’aria avvilita e volge attorno uno sguardo smarrito. Poi: si apparta scuotendo la testa e mormorando: « Quello che mi preoccupa è che dobbiamo recitare otto pagine di copione una dietro l’altra, senza uno stacco di macchina… ». « Già è questo che c’impressiona » aggiunge Melnati. « Ma perché vi volete impressionare per così poco? — interruppe Amato. — Due attori come De Sica e Melnati non si devono impressionare per una cosa simile ». « Già — fa De Sica allontanandosi pensieroso. — Ma… Non è l’attore che mi preoccupa… È il regista ».

Un urlo inumano fa sobbalzare tutti. È Amato che grida come, un ossesso, balzando fuori dalla macchina da presa come i cacciatori, talvolta, sbucano fuori dai cespugli. Questa volta è Vittorio De Sica che ha inavvertitamente « impallato » il paralume.

Ci avviamo verso l’uscita e il nostro pensiero è a Vittorio De Sica che da oggi avrà sempre l’ossessione di essere « impallato » da qualcuno o da qualcosa: ovunque, in tram, nelle sale da ballo, per la strada… Ogni tanto si avvicinerà a qualcuno e, gli dirà: « Scusate, volete spostarvi un po’ a destra, per favore? Altrimenti mi “impallate” ». E forse ci sarà della gente che lo guarderà storto. Senza comprendere che si tratta di un regista, di un nuovo regista tormentato dai mille angosciantissimi problemi dell’inquadratura.

Roma, gennaio 1940

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