Nuova rivista di Galdieri

Anna Magnani e Totò
Anna Magnani e Totò

Epifani ed Aulicine, impresari marca oro, hanno opportunamente voluto presentare quest’anno il comico Totò, nella cornice di uno spettacolo di classe. Naturalmente occorreva un gerente responsabile e la scelta è caduta in Michele Galdieri, il quale, tra i rivistaioli, è quello di maggior fama. A giudicare dal successo fervidissimo avuto da Quando meno te l’aspetti, ci sembra che la ciambella sia riuscita questa volta con il buco, cosa che non accade sempre nel laboratorio di dolciumi del Teatro Quattro Fontane, dove si avvicendano vari pasticceri.

Lo spunto è semplicissimo e non ci dice nulla di nuovo: quando meno te l’aspetti, la Fortuna ti passa vicina, ed è allora che bisogna afferrarla per i capelli, o meglio per il… corno! Sappiamo, per oramai lunga esperienza, che in questo genere di spettacolo, un intreccio vero e proprio non c’è. L’autore procede generalmente balzellon balzelloni, come dicono i nostri umoristi, ed un qualsiasi spunto offre il pretesto per alternare sulla scena quadri, scene e canzoni, satire e balli. Di conseguenza più il valore dei singoli è buono e migliore riesce la rivista. E questa volta lo spettacolo è stato inscenato con decoro ed eleganza ed annovera quanto offrono oggi di meglio i quadri della rivista italiana.

Di Michele Galdieri si potrà dire che le sue riviste si rassomigliano tutte come due gocce d’acqua, nel ritorno insistente di alcuni motivi cari all’autore (forse perché cari al pubblico), quali il cinematografo, il quadro spagnolo, la poesiola, la tiratina melodrammatica per la prima donna… Ma anche le sinfonie rossiniane sembrano tutte eguali, nondimeno il Barbiere di Siviglia e la Gazza ladra costituiscono l’infallibile « pezzo a successo » tanto dell’orchestra diretta da Bernardino Molinari, come della Banda cittadina di Tarquinia! Galdieri possiede a dovizia una vena a volte satirica, a volte sentimentale, un indiscutibile buon gusto ed un preciso senso dell’effetto teatrale, ingredienti che, fusi insieme, gli permettono di presentare spettacoli di maggiore o minore successo, ma tipicamente suoi. Il successo è stato pieno, vibrante, con affettuose manifestazioni all’autore ed agli interpreti. E con l’autore hanno diviso gli onori della ribalta Mario Pompei, che ha creato costumi ispirati ad un delicato sapore decorativo, e scenari e panneggi quasi tutti graziosi, ben realizzati dallo scenografo Radiciotti. Avremmo voluto vedere alla ribalta, tra i collaboratori di Galdieri, anche Gisa Gert perché forse mai, come in questo spettacolo, la versatile artista tedesca ha saputo darci l’esatta misura del suo valore. Le danze del disco, del buono e del cattivo tempo e, più di tutte, il quadro della famosa melodia La Violetta, bissato seralmente, sono un gioiello di coreografia. Le figurazioni, scelte e regolate con sensibilità, costituiscono quasi la proiezione visiva del magico gioco contrappuntistico che si intreccia e serpeggia tra gli archi del famoso preludio del primo atto della Traviata. Perché, con buona pace dei signori Klose e Lukesh ci sembra che tutto il successo, l’imperversare della canzone in voga La Violetta, non sia dovuto ad altro che alla melodia del buon Papà Verdi. Il che ci porterebbe a supporre audacemente che per far entrare nel cuore di taluni la sublime pagina verdiana sai stato necessario ridurla a… canzone tango!… Ma non divaghiamo, ché l’argomento è scabroso.

Totò ha divertito tutti, pur disciplinando la istintiva esuberante comicità con lodevole senso di misura, e con il suo successo personalissimo si è riaffermato una delle carte sicure sulle quali Imprese e pubblico possono ancora contare. Anna Magnani, ritornata dalla prosa alla rivista, bella donna e attrice dalle ampie possibilità artistiche, ha vivisezionato, in una caustica ed indovinata satira del film Senza Cielo, gli atteggiamenti e la recitazione di Isa Miranda, trovando invece, nella melodrammatica scena della fioraia, sempre bissata, accenti di suadente e semplice emotività. Ha avuto un successo personale eccellentissimo, e lo merita perché ha qualità e gusto.

Intorno ai due divi, ha ruotato la schiera delle danzatrici e delle canterine: la Merryfield, questa volta anche spigliata subretta oltre che ottima ballerina, Paola Orlova, di cui ci piace il modo di porgere chiaro ed espressivo, la senapata ed eternamente topolineggiante Paola Paoli, Vera Worth leggiadra ed elegante, Minnie Eva, agile ballerina classica, ed infine Beatrice Dante (che nome d’arte è andata a pescare!), che ha interpretato le figure più diverse, dimostrando di saper impegnare per ognuna di esse le risorse del suo interessante temperamento di attrice e ballerina.La soprano Lia Origoni, non teme i tranelli del registro acuto, forse per questo disdegna l’incanto della mezza voce. Fanciulla avvenentissima ha nella figura la grazia armoniosa di una figura botticelliana, malata però di torcicollo. Cosa del resto comprensibilissima con i freddi di questi giorni e che sparirà con un po’ di attenzione. Glielo augurano tutti i suoi ammiratori, e noi tra i tanti, poiché è un ottimo elemento.

Gli uomini, dai maggiori ai minori, sono tutti a posto. Da Harry Feist, ballerino veramente… in gamba, che sa valersi di espressionismo che sta tra il classico ed il moderno, tra Serge Lifar ed il Sakharof, il tutto però riportato intelligentemente alle possibilità di accettazione di un pubblico non da concerto, a Castellani, fantasista completo e disinvolto. E scendendo giù per li rami, rammentiamo l’esuberante e volenteroso Cajafa, Malnati, Luciani, Ungaretti, cui rimproveriamo soltanto di aver dato accenti partenopei al catanese Vincenzo Bellini.

Il Balletto sgambetta e fataleggia che è un piacere a vederlo. Il Maestro Alessandro Derewitskj ha messo tutto il suo valore, che è notevole, e quasi tutta la sua buona volontà, nel disciplinare voci ed orchestra, creando sonorità accese e scandendo ritmi vivaci. Ci ha promesso che con le prossime repliche (Anno nuovo, vita nuova!) riuscirà perfino ad ottenere una maggiore solidarietà tra cantanti ed orchestrali, specie nel quadro finale della fantasia operistica, realizzando così con il perfetto amore, anche il perfetto accordo… musicale.

Lo crediamo sulla parola. Ed il lettore creda sulla parola a noi: lo spettacolo merita di essere veduto.

Nino Capriati

Roma, gennaio 1941

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