Alida Valli o la semplicità

Alida Valli a Venezia, settembre 1941
Alida Valli a Venezia, settembre 1941

Non avevamo nessuna intenzione di intervistare Alida Valli, né immaginavamo lontanamente di poterla conoscere; questo vogliamo dire a nostra gloria e in meritato e giusto riconoscimento della nostra modestia e della nostra discrezione. Ma tant’è, il diavolo ci mise, come si suol dire, la coda: stavamo al Lido di Venezia, in un capanno poco discosto da quello della nostra attrice; una ragazza accanto a noi incominciò a dirci: « Vedi? Quella è Alida Valli » e ci indicò una giovane donna col capo sprofondato in un alto cappuccio di paglia scura che ricordava vagamente gli interminabili coni adorni di veli e di stelle che coronavano le bonarie teste dei maghi. La magia del cappello, la magia di quel volto e di quel corpo snello al sole concorsero ad attirare per un attimo la nostra curiosità; ma poiché abbiamo un’anima elementare distratta e trasparente, un’anima, useremmo dire, da cetonia, volgemmo presto il capo altrove. Senonché un giovanotto, sempre del nostro gruppo, incominciò a smaniare, a dire che voleva assolutamente far fotografie alla Valli ma non osava; e si dondolava, indeciso, e la «Leica » che pendeva al suo collo dondolava con lui.

Allora, ricordandoci d’avere in tasca la nostra tesserina verde di « C. I.» avanzammo l’ardita proposta di presentarci alla diva; detto fatto, ci avviammo verso di lei armati del nostro talismano verde e seguiti dallo smanioso giovanotto in costume da bagno e macchina fotografica; giunti a pochi passi di distanza dal capanno di Alida Valli, scoprimmo che la donna sulla quale avevamo poc’anzi fermato la nostra attenzione (per intenderci, quella col cappello di paglia a punta) non era l’attrice; questa stava seduta sulla sabbia, vestita d’un abitino. semplice da collegiale, con un nastrino bianco tra i capelli serenamente disordinati; fu quel vestito e quel nastrino a farci capire che l’insistenza con la quale Alida Valli interpreta film di studentesse, di scuole e di collegi, più che obbedire ad una necessità pubblicitaria e finanziaria della Casa produttrice risponde ad un’intima sostanziale inclinazione sentimentale e vorremmo dire fisiologica dell’attrice, portata verso la semplicità dallo stesso gagliardo istinto elementare che conduce altri alla gloria, alla vita avventurosa o a quella eroica e così via.

Sarà questo primordiale e provvidenziale istinto, osiamo sentenziare, a salvaguardare la donna e l’artista dalle disavventure cui potrebbe condurla l’amore del malgusto e dei barocchismi di registi e produttori.

Fu d’altra parte l’estrema semplicità dell’attrice a generare, Dio c’è testimone, la nostra indiscrezione; sicché avendo Alida Valli accondisceso con tanta semplice grazia a farsi fotografare (così semplicemente e graziosamente vestita, come dicemmo, di un prendisole tagliato in una stoffina mansueta e disseminata di timidi fiori) le chiedemmo di far due passi con lei; non solo, ma come prima cosa le chiedemmo l’età, non essendo convinti (noi ignorantissimi perfino del nostro proprio stato civile) che l’attrice possa avere soltanto 21 anni.

La domanda indiscreta ci servì di pretesto (Dio, veramente, a ben pensarci, guidò i nostri gesti ed ispirò le nostre parole) per licenziare il giovanotto-fotografo. Dopo di ché iniziammo, a fianco di Alida Valli, una dolce e vaga passeggiata lungo quel mare che eravamo soliti contemplare tristemente dall’esilio dell’altra riva.

E fummo (o ci parve di essere) improvvisamente soli: sprofondarono scomparvero o si dissolsero i capanni, i sontuosi triclini in stoffe multicolori, gli ombrelloni, i venditori di ulive di frutta di fiori e di sigarette, i magnanimi gentiluomini in capelli brizzolati e monocolo, le snervatissime dame e i disincantati bagnini. Restò soltanto accanto a noi, l’anima di Alida Valli, semplice e schietta, e intorno lungo il litorale adriatico illividito dalle nubi che coprivano il sole, colonne e capitelli infranti; timpani e protiri logori, cavalli dalle code erette, dai musi sottili e dalle criniere marmoree, cari a Giorgio De Chirico.

Alida Valli ci parlava di lei, della sua tristezza a causa dell’oscura sorte incontrata dal suo fidanzato, pilota da caccia in Africa settentrionale ed ora disperso: durante un violento combattimento aereo ai primi dello scorso aprile, due nostri apparecchi andarono perduti; uno fu visto infrangersi entro la cerchia inglese della fornace di Tobruk, l’altro fu visto scendere in vite, rimettersi in assetto di volo, atterrare. Ma fino ad oggi non si è riusciti a stabilire quale dei due piloti, l’ufficiale fidanzato dell’attrice o il sottufficiale pilota dell’altro apparecchio si è salvato e quale no.

Alida Valli ci raccontava tutto questo con tristezza, ma era una tristezza semplice e serena, una tristezza da alba di mondo; poi ci parlò di altre cose, di quando era andata in Svezia per essere più vicina al fidanzato combattente in Finlandia durante l’ingiusta e dura guerra invernale. Il fidanzato combatteva sull’istmo di Carelia e lei, la giovanissima attrice, andava sovente sull’aerodromo militare di Trollhattan e di lì decollava a bordo di apparecchi da bombardamento…

Frattanto eravamo riemersi, Alida Valli dal sogno delle sue rievocazioni, noi da quello della semplice grazia onde erano imbevuti i suoi gesti e le sue parole; eravamo riemersi accanto ad un gruppo di tavolini ed erano risorti, accanto a noi, i capanni gli ombrelloni e le sedie: mentre parlavamo, giovanotti e signorine ed anche persone anziane chiedevano di farsi firmare dall’attrice un giornale sul quale lei appariva in qualche scena di « Ore 9, lezione di chimica ». È fu tale l’invadenza di questi ammiratori che fummo quasi costretti a parlare di cinematografo; e allora Alida Valli ci disse che anche lei era del parere di non più insistere sulla felice e ormai sfruttata formula dei film a base di collegi e di scuole, e che, non appena fosse scaduto il contratto che la vincolava, aveva in animo di girare « L’alba il giorno e la notte » di Niccodemi in cui vi sono soltanto (pare) tre protagonisti: un uomo una donna e un cane.

Mentre ascoltavamo tutte queste cose, ci ricordammo improvvisamente d’aver sottratto l’attrice da chissà quanto tempo alla nutrita brigata d’amici che stava con lei; ma, come le palesavamo la nostra mortificazione, lei per tranquillarci ci disse che non erano amici, ma familiari o quasi…

« Ci sono il:padre e il fratello del mio fidanzato — disse l’attrice sorridendo: — c’è la sorella col marito e poi la moglie del fratello col cognato della sorella… » e chissà quali rivelazioni avremmo ancora udito se, avendo orrore in tema di ‘parentele, non fossimo fuggiti lontano dall’attrice che rimase al suo posto senza scomporsi, chiusa nel suo vestitino bianco a piccoli fiori, con le braccia in croce e una smorfietta semplice e graziosa che le animava il volto nel tentativo di ripararsi dal sole e di guardarci chiudendo un occhio.

Giberto Severi

Venezia, Settembre 1941

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