Cinecittà novembre 1941

Per andare ai teatri di posa che stan sulla via Tuscolana si prende il tramvai, che soltanto adesso può definirsi con proprietà “la carrozza di tutti”’.

Prima no, quella carrozza non era di tutti; ma soltanto dei poveri, che anche nel cinema esistono, e sono le comparse, i generici, i macchinisti, gli aiuti minori. Il tram del Quadraro prima era tutto per loro, proprietà riservata, in partenza ogni venti minuti. Ci viaggiavano in famiglia, e familiari erano i mattutini discorsi o i serali commenti, su quel binario dove quella gente doveva fatalmente scivolare mattina e sera. Oggi in tramvai ci vanno anche i ricchi e non si saprebbe dire se sia questa una sacrosanta rivincita oppure una intollerabile usurpazione.

I ricchi del cinema sono i divi. E gli altri (uomini soltanto, poveracci!) oggi li vedono salire sul loro stesso tram, alla stessa ora, proprio come loro, pagare il biglietto spendere soltanto una lira. Anche se volessero, divi e dive e registi carichi d’oro non potrebbero spendere di più. Una lira come i poveri, perché soltanto il prezzo del biglietto fa testo e fa legge: e la legge è uguale per tutti specialmente in tramvai. (Vi racconterò, anzi, che giorni fa una notissima diva, dopo aver dato al bigliettario una carta da dieci lire essendo scesa rifiutandosi di prendere il resto, fu rincorsa fino ai cancelli di Cinecittà dal tranviere il quale, sdegnoso e fierissimo, le impose di riprendersi quelle nove lire che egli non avrebbe mai e poi mai potuto accettare sembrandogli quasi il prezzo di un tentativo di chi sa mai quale subdola corruzione).

Il tram per Cinecittà ha un orario preciso e si prende proprio accanto alla Stazione. Là vicino c’è anche il diurno conforto di una ‘‘Casa del passeggero”. Sono forse queste le ragioni per le quali quando si prende quel tram sembra proprio di partire per un viaggio. E, naturalmente, partire è un po’ morire.

Quando arrivai alla Stazione la vettura era di già affollatissima. Presi posto a stento sulla piattaforma, incastrato fra una comparsa di cento chili e una generica di diciott’anni. Così partii; mi sembrò per tutto il tragitto di morire non un po’ ma moltissimo; e così mi trovai accumunato alla gente del cinema più di me rassegnata e paziente, ben compressa e mal contenuta in quella carrozza di tutti dalla quale discesi, trasportato dalla marea che mi sospinse e travolse, in piena campagna e senza pagare il biglietto.

Non era ancora Cinecittà; e di questo mi meravigliai.

— Scusate — chiesi alla comparsa di cento chili — perché siamo scesi?

— Io so’ arivato — rispose in romanesco — quanto a voi, so’ affari vostri.

— È tutta questa gente — insistetti — perché è scesa?

— È arivata. Che volete che ve dica, qui so’ tutti arivati!

— Ma dove?

— Ner deserto. Guardate là. Giarabubbe! — e mi indicò poco distante le mura di un fortino verso il quale si stava avviando attraverso un recente sentiero tutta quella gente che aveva viaggiato con me sul tramvai.

Roma, novembre 1941

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