I ragazzi vi guardano

Cesare Giulio Viola, Adolfo Franci e Vittorio De Sica
Cesare Giulio Viola, Adolfo Franci e Vittorio De Sica

“Pricò”, per chi non lo sapesse, è un romanzo di Cesare Giulio Viola. Il romanzo di un ragazzo cui hanno messo quello strano nomignolo, alterazione di ‘“Preco”, ossia precoce. Viola lo scrisse subito dopo l’altra guerra, mentre ancora durava l’influenza del crepuscolarismo. E “Pricò” è infatti un romanzo crepuscolare che rammenta un po’ Moretti, un po’ F. M. Martini e anticipa Vergani, il Vergani di “Domenica al mare”, di ″Recita in collegio”… Appena De Sica lo lesse s’innamorò di quel bambino infelice, di quella famigliuola male unita (una madre che scappa di casa, un padre che si uccide pel dolore, un ragazzo che resta solo con la sua dura e precoce esperienza), di quella tristezza piccolo-borghese che dà al libro il colore del tempo in cui fu scritto, lo situa perfettamente negli anni grigi e sconsolati che precedettero la guerra del ‘14. De Sica cercava un soggetto che uscisse un po’ dalla solita formula comico-sentimentale su cui egli ha fino ad ora puntato. “Pricò″ gli parve facesse al caso. Lo rilesse, incominciò a parlarne con gli amici e collaboratori, a raffigurarsi i personaggi un po’ come glieli suggeriva il libro, un po’ come egli li sentiva dentro di sé. Tutto ciò avveniva nel gennaio scorso. Ma fino all’aprile non si arrivò a nulla di concreto. In aprile a Roma, dove De Sica recitava, si giunse finalmente alle prime discussioni intorno al soggetto e al titolo che il produttore voleva fosse cambiato per ragioni commerciali. Qui Viola che si è poi dimostrato il più arrendevole degli autori e il più pronto a capire le esigenze del cinema, s’impuntò. Non teneva tanto al libro quanto al titolo. Ci volle tutta la diplomazia di Biancoli, che parlava a nome di Michele Scalera, per persuaderlo a cedere. E una sera, in casa De Sica, anche il titolo fu trovato. Lo suggerì Cesare Zavattini: “I ragazzi vi guardano”. Il meno era fatto, bisognava fare il più, cioè la sceneggiatura. Passò ancora un mese. Soltanto i primi di maggio, a Milano, ci si potette mettere al lavoro.

Gli abitanti del primo tratto di Via Borgonuovo tra l’angolo di Croce bianca e il palazzo Venino dovettero essere meravigliati, i primi giorni, nel veder passare sempre ad ore fisse, alle dieci e all’una del mattino alle quattro e alle otto del pomeriggio, Vittorio De Sica con un grosso scartafaccio sotto il braccio che animatamente discendeva insieme a tre altri personaggi di varia statura ed età. Poi la voce corse, si seppe di casa in casa perché il più popolare attore italiano e forse il più amato, passasse e ripassasse tutti i giorni di lì. Vi potete figurare che cosa accadde. Le ragazze di un laboratorio di mode, ad esempio, il quale è all’angolo di via Borgonuovo con via Croce bianca, approfittando dell’ora di riposo, ci aspettavano affacciate alle finestre (e la maestra in mezzo a loro, la maestra con i capelli bianchi ma il cuore fresco come a vent’anni) quando s’usciva all’una per andare a colazione e ci improvvisavano una festicciuola a base di battimani, di sorrisi, di frasi dolci come confetti: la festicciuola delle lavoranti dell’ago all’interprete di Uomini che mascalzoni. Nella casa dove ci riunivamo a lavorare, ospiti di Margherita Maglione che è la più valida e affezionata collaboratrice di De Sica, si diventò addirittura popolari, si tenne in agitazione per un mese e mezzo tutti gli inquilini: giovani e vecchi, servi e padroni; ci si conquistò la simpatia delle cameriere che anch’ esse si affacciavano ai balconi interni per vedere entrare o uscire, si diventò amici dei bambini, si tenne ore ed ore all’erta i portieri… Questi i piccoli piaceri dirò così esterni della collaborazione con De Sica. Che è del resto sempre piacevole, De Sica essendo straordinariamente rispettoso dell’altrui intelligenza e opinione, ascoltando e vagliando con estrema attenzione e garbo tutti i pareri.

Il lavoro, di solito, procedeva così: si tracciava insieme la linea della sceneggiatura che poi Margherita Maglione e Viola svolgevano, ripartivano in scene, corredavano con un primo abbozzo di dialogo. Messo tutto quanto sulla carta, si passava a discutere parte per parte, scena per scena, personaggio per personaggio. E qui De Sica prendeva in mano sua tutte le fila del racconto cinematografico, si metteva nei panni dei personaggi, ne rifaceva i gesti, ne ripeteva le parole per assaggiarne l’esatta portata. Una rappresentazione gratuita con pochi ma attentissimi spettatori, quattro di numero, ai quali si aggiungeva qualche volta la vispa e garbata cameriera di Margherita Maglione, incaricata di provvedere alle bibite rinfrescanti. In quei momenti lavorava soltanto De Sica, noi ci riposavamo, sdraiati in poltrona, godendoci lo spettacolo del nostro amico che faceva, è proprio il caso di dirlo, quattro o cinque parti in commedia e ci dava in anticipo un’idea, naturalmente ridotta, di quel che sarà il film nella sua coloritura esteriore.

La sceneggiatura, data specialmente la delicatezza di certe situazioni del romanzo che del resto sembra fatto a posta per essere tradotto in film, non fu sempre facile. Certe scene d’inizio, ad esempio, portarono via giorni e giorni. Il lavoro spesso procedette con molta lentezza. Il caldo incominciava a farsi sentire. E specie in alcune ore del pomeriggio guardando attraverso le finestre il cielo azzurro su cui svettavano, mormorando al vento, le cime verdi degli alberi del patrizio giardino sottostante, il nostro pensiero volava alla campagna e alle dolci vacanze. Qualche altra volta, nell’afa del meriggio, si sentiva, pungentissimo, il desiderio di un sonnellino. Ma De Sica non è uomo che dà tregua. Lavoratore instancabile (in quel tempo metteva in scena Liolà di Pirandello e tuttavia non ritardava di un minuto ai nostri appuntamenti) esige dai suoi collaboratori eguale instancabilità. Così, nonostante gli incagli, il primo abbozzo della sceneggiatura di ‘“Pricò”’, grazie alla straordinaria capacità di lavoro di Viola e alla sua altrettanta straordinaria remissività di cui gli va data lode, in poco più di un mese e mezzo potette essere compiuto.

A Roma, i primi di luglio, si darà inizio alla sceneggiatura definitiva. A metà d’agosto si spera di aver finito. De Sica incomincerà a girare il film ad Alassio nei giorni di ferragosto. E a novembre, se tutto andrà liscio, ‘“Pricò” apparirà sullo schermo.

Adolfo Franci

Milano, giugno 1942

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