Noi vivi sullo schermo

Noi vivi, regia di Goffredo Alessandrini
Una scena del film Noi vivi, regia di Goffredo Alessandrini

Alessandrini è l’uomo più cordiale del mondo: appena ti incontra, ti offre un aperitivo. Se hai la fortuna di incontrarlo sette volte nella stessa giornata sono sette aperitivi che devi ingoiare. Davanti al banco del bar dimentica i misfatti del barbiere, accende una sigaretta e comincia a parlare di Noi vivi.

Noi vivi è un romanzo celebre. Se sia un capolavoro della letteratura internazionale non sappiamo, ma è legittimamente. celebre perché lo scorso anno se ne potevano vedere molte copie in circolazione su tutte le spiagge e in tutte le case d’Italia. In uno scompartimento ferroviario su otto persone, ce n’era almeno una che leggeva Noi vivi. Un successo pari a quello di Via col vento.

Dal romanzo celebre Alessandrini vuol trarre un grande film: impegno grave, questo, perché i romanzi di grande fama, appunto perché molto letti, presentano, oltre tutto, la difficoltà di non deludere la fantasia del lettore trasformato in spettatore. Alessandrini si rende conto di questa difficoltà e ha preso tutte le precauzioni perché una delusione simile non si debba verificare.

La « pausa » è terminata e si rientra in teatro. Appena entrati ci si guarda intorno preoccupati col legittimo timore di buscarsi un raffreddore. Il paesaggio che ci circonda è decisamente invernale: vetri ricoperti di ghiaccio, generici intabarrati, poltiglia nevosa in terra. La sahariana di Alessandrini è graziosamente anacronistica. Nonostante il paesaggio invernale, però, in teatro fa un caldo cane.

Si gira una scena di complesso: della gente che passa in una strada battuta dal gelo.

Improvvisamente dal fondo della strada emerge qualche cosa di inatteso, una figura che sembra tolta di peso da Tolstoi o da Gorki. Non avremmo mai immaginato che Alida Valli potesse avere una linea tanto Nordica: e non si tratta di un miracolo del trucco ma soltanto di un fenomeno di immedesimazione.

Calza un paio di stivali consunti, si stringe in un misero cappotto e il berrettone di pelo le giunge fin sugli occhi; cammina con aria indifferente, quasi distaccata dal mondo che la circonda. I patimenti hanno scavato le sue guance e la bocca è ferma, rigida, con le labbra contratte: quando giunge in primo piano, alza sulla macchina un volto che potrebbe essere benissimo quello che il romanziere ha immaginato per la sua protagonista.

Il regista dà l’« alt » e Alida si sbarazza rapidamente del cappotto e del berrettone. Poi i suoi stivali si allontanano verso un angolo oscuro del teatro. La seguiamo senza farci notare e la sorprendiamo mentre, in pieno inverno russo, beve una ghiacciata di limone.

Roma, Giugno 1942

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